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HOUELLEBECQ/ "Sottomissione": perché essere liberi non ci dice più nulla?

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Michel Houellebecq (Immagine dal web)  Michel Houellebecq (Immagine dal web)

È emblematica in questo senso quella che è forse la più bella scena del libro: la visita di François al Santuario della Vergine di Rocamadour. Prova a inginocchiarsi, a pregare; ma non ci riesce. «L'indomani mattina, dopo aver fatto il pieno alla macchina, dopo aver pagato l'albergo, tornai alla cappella, in quel momento deserta. La Vergine aspettava nell'ombra, calma e immarcescibile. Possedeva la maestà, possedeva la forza, ma pian piano sentivo che perdevo il contatto, sentivo che lei si allontanava nello spazio e nei secoli mentre io mi rannicchiavo nel mio banco, rattrappito, ristretto. Dopo mezz'ora, mi rialzai, definitivamente abbandonato dallo Spirito, ridotto al mio corpo danneggiato, deperibile, e ridiscesi tristemente gli scalini in direzione del parcheggio». 

L'immagine non potrebbe essere più chiara. C'è come un'irrecuperabile distanza fra sé e il proprio desiderio, fra sé e la capacità di formulare una domanda: ecco, sembra dire Houellebecq, la grande tragedia del nostro tempo. Da questa intossicazione del desiderio, non si può tornare che infelici: «Tornando a Parigi, superando il casello di Saint-Arnoult, lasciandomi alle spalle Savigny-sur-Orge, Antony e poi Montrouge, deviando verso l'uscita di Porte d'Italie, sapevo di avere davanti a me una vita senza gioia» (p. 149). 

Francois si convertirà infine all'islam. Una conversione tutt'altro che appassionata: una scelta, piuttosto, di convenienza. Sarà il nuovo rettore musulmano della Sorbonne — l'affascinante, mefistofelico Rediger — a convincerlo, con una formulazione elementare: l'ipotesi «sconvolgente e semplice che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta». 

La questione posta da Rediger non è esotica né fantapolitica: è anzi più che mai attuale. A chiunque oggi continuamente si pone la questione — formulata esplicitamente o nella più totale incoscienza — se, per essere felici, non valga forse la pena rinunciare alla propria libertà. Può forse la libertà essere addirittura un ostacolo per la propria realizzazione umana? Non sarebbe più facile delegare ad altri ciò che, pur essendo nostro più d'ogni cosa, ci sembra a volte un peso inutile, insopportabile?

François sembra rispondere di sì. La sottomissione del titolo, in questo senso, non è una sconfitta di per sé, ma è piuttosto la conseguenza di una sconfitta, avvenuta prima: nell'umano stesso. Una sconfitta che forse non verrà ripagata da un aumento dello stipendio da docente della Sorbonne, due o tre mogli giovani e belle o la curatela di un'edizione Pléiade. La posta in gioco è forse più decisiva, ma si gioca prima della questione politico-culturale, prima di qualsiasi strategia islamofobica o islamofila, prima della lotta stessa: nella ragione, nella possibilità di uno "specifico", di un'appartenenza, di un'identità che tenacemente e quasi nostro malgrado ci caratterizza. Ed è in questo prima — dimostra Houellebecq — che ci giochiamo tutto.  



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COMMENTI
20/01/2015 - Islamizzazione d'Egitto (Claudio Baleani)

La storia di Houellebecq non l'ho letta. La tesi è che non c'è più la gioia, il desiderio. E allora perché resistere? Non è meglio farsi dire da qualcun'altro come vivere e starsene tranquilli? Ma è vero che noi occidentali non desideriamo più nulla? Sembrerebbe di sì. Ma quando diciamo questo a che ci riferiamo? Non c'è una certa dose di ideologia in questo discorso? L'ideologia è cambiare i rapporti fra persone in rapporti fra personaggi. Stando su un palcoscenico, dove si recita la parte assegnata da un copione, non può che venire la noia. Ma quando il teatro chiude, che cosa succede agli attori? Il grande condottiero o il pensatore problematico che stava sul palco non si deve cucinare o fare la barba? Essere il dominatore del mondo ridotto ad aspettare che l'uovo diventi sodo è una tristezza. Ma se l'Impero non ci fosse più e il teatro avesse chiuso i battenti, mettere sul fuoco l'uovo diventa una grande avventura. Aver creduto di essere imperatori, mentre eravamo solo attori, ci ha stroncato, ma non mi pare che sia tutto perduto. Basterebbe tornare in noi stessi. Pare che i cinque principali patriarcati cristiani del settimo secolo fossero in Egitto e che essi divennero islamici senza colpo ferire. E' vero che gli arabi arrivarono armati, ma si trattava di 4 mila soldati aiutati da altrettanti arrivati dopo. Si islamizzarono volontariamente perché la loro religione monofisita adorava un Dio assoluto, mai povero. Tanto valeva essere islamici.