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LEOPARDI/ Il "disincanto" di un poeta filosofo

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Al contrario "in una grande città l'uomo vive senza nessunissimo rapporto a quello che lo circonda, perchè la sfera è così grande, che l'individuo non la può riempire, non al può sentire intorno a sé, e quindi non v'ha nessun punto di contatto fra essa e lui. Da questo potete congetturare quanto maggiore e più terribile sia la noia che si prova in una grande città, di quella che si prova nelle città piccole: giacché l'indifferenza, quell'orribile passione, anzi spassione, dell'uomo, ha veramente e necessariamente la sua principal sede nelle città grandi, cioè nelle società molto estese" (pp. 13-14). 

La lunga citazione, quasi d'obbligo, evidenzia tutta la potenza analitica dell'occhio sagace di Giacomo; per nulla intimidito dai fasti papalini e dalle grandiose rovine della Roma dei Cesari, il giovane conte ben comprende come quelle enormi distanze che si sperimentano in una grande città distanzino gli uomini, i quali, per reazione, si fanno ciascuno il suo circolo di amicizie, frequentazioni, conoscenze, ancora più ristretto di quanto non accadrebbe nelle piccole cittadine come Recanati stessa (cfr. anche p. 23). 

Nessuna reverenza, e nemmeno nessun paludamento formale, traspare da queste lettere romane di Giacomo: non per nulla, Emanuele Trevi parla addirittura di una singolare educazione sentimentale. Educazione, sì, ma al nulla, alla disillusione; e così, queste pagine aiutano a ricostruire un ritratto assai poco ingessato di Leopardi, che, almeno con Carlo, adotta quel linguaggio libero che si può adottare solo con un coetaneo e con un fratello. Per esempio, parlando di un tal Peppe, egli annota che "invita mezzo mondo a mettergli tre braccia di corna" (p. 23); e ancora, quanto alle donne, egli non ne conosce di facili costumi (in verità la parola che Giacomo usa è assai più vivace e icastica, per non dire volgare!), ma aggiunge che, quanto alle donne di malaffare di basso livello "giuro che la più brutta e gretta civettina di Recanati vale per tutte le migliori di Roma". 

E quanto alle glorie letterarie che il giovane poeta sperava di mietere, anche in quest'ambito la delusione è in agguato: a Roma tutti sono pervasi dalla fregola di mostrare competenza antiquaria o archeologica, pur ignorando per la maggior parte — annota fra il divertito e l'amareggiato il Nostro, che fu anche uno dei maggiori filologi del suo tempo — le buone regole della morfosintassi e della stilistica greca o latina; e quanto al gusto per la poesia e le belle lettere, esso è quasi sconosciuto in Roma. 

L'opinione di Giacomo è sempre tagliente e obiettiva, grazie alla sua intelligenza eccezionale, è vero, ma, forse, in parte, anche grazie a quella capacità, gravida di scetticismo, di lanciare uno sguardo demistificatorio sulle cose, tipica del provinciale acuto: per esempio, è indicativo di questo il suo ponderato e assennato giudizio sul grande caso letterario del tempo, l'edizione del De re publica di Cicerone curata da A. Maj, che aveva restituito alla lettura, grazie agli interventi sul celebre Palinsesto Ambrosiano, parti dell'opera che si ritenevano perdute irrimediabilmente. 



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