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LEOPARDI/ Il "disincanto" di un poeta filosofo

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Leopardi, che pure dedicò uno dei suoi Canti al Maj, e che è certo consapevole del valore storico-antiquario e filologico della scoperta, si esprime tuttavia con un equilibrio impeccabile per un ventiquattrenne: "Non ho comprato la Repubblica del Mai (la quale ho avuto in prestito e la sto leggendo) e se il mio giudizio è di niun valore io la consiglio (Leopardi qui si sta rivolgendo al padre Monaldo) a non prenderla. Il prezzo, in carta infima, è di paoli trentatré: la materia non ha niente di nuovo, e le stesse cose dice il medesimo Cicerone in cento altri luoghi. Di modo che l'utilità reale di questo libro non vale il suo prezzo. Se si trattasse di completare una Biblioteca o una Collezione, non direi così; ma noi non siamo nel caso" (p. 29).

E quanto al progetto di seguire qualche ricco e nobile signore straniero di passaggio a Roma nel suo Paese, benché Leopardi sappia che "le incette di letterati italiani ancora durano", e anzi, "parecchi letteratucci romani … hanno fatto fortuna, o, se non altro, campano bene in quei paesi" (p. 42), tuttavia, pur sapendo come questi signori stranieri concedano volentieri stima e grandi introiti a qualsiasi piccola dote letteraria che si possa mostrare, Giacomo ha sempre coltivato l'ambizione di essere non un mero specialista di antiquaria, o solo un filologo, per quanto di eccelsa perizia, bensì un poeta filosofo; per cui, annota amaramente che "la filosofia, e tutto quello che tiene al genio, insomma la vera letteratura, di qualunque genere sia, non vale un c…. con gli stranieri; i quali, non sapendo quasi niente d'italiano, non gusterebbero …. le più belle produzioni che si mostrassero loro in questa lingua; e non prendono nessun interesse per chi brilla in un genere di studi inaccessibili per loro" (pp. 42-43).

Il disincanto, l'amara acutezza, la sottilissima capacità di analisi, sono i segni distintivi di questo provinciale dall'intelligenza universale; tornato nuovamente a Roma, quasi dieci anni dopo il primo viaggio, e sul punto di lasciare la Città Eterna per far ritorno a Firenze, il 16 marzo 1832, Giacomo sembra quasi sentirsi in colpa scrivendo alla sorella di partire "senza aver riveduto S. Pietro, né il Colosseo, né il Foro, né i Musei, né nulla" (p. 85). Ma, annota saggiamente Trevi (cfr. p. 114) "ci sono individui …. che non hanno bisogno di vedere ciò che vedono tutti gli altri, si tratti pure delle meraviglie di Roma".

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