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LETTURE/ García Márquez, Neruda, Rulfo: il padre è tutto

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Gabriel García Márquez (Infophoto)  Gabriel García Márquez (Infophoto)

Nonostante ciò, tutta la vita, racconta Martin, Gabriel García Márquez tentò di ottenere l'approvazione del padre. Ma il signor Eligio mai gliela concesse. Al punto che, quando al figlio fu concesso il Premio Nobel, don Eligio commentò ai giornalisti esterrefatti: "E certo, glielo dovevano dare, visto che è grande amico di Mitterrand!".

Altrettanto assente nella vita e altrettanto presente nell'opera, il padre di José María Arguedas, il grande romanziere peruviano autore de I fiumi profondi, lasciò un'impronta incancellabile nell'anima del figlio. Era una sorta di commesso viaggiatore e, rimasto vedovo molto presto, si trascinò dietro un bambino che vedeva raramente. Spesso, lo lasciava "dimenticato" in qualche fattoria delle Ande peruviane, e il piccolo José María crebbe in stretto contatto con la servitù indigena. Al punto che la sua lingua materna fu il quechua, l'idioma degli Incas, e imparò da vicino leggende, usi e costumi della popolazione più umili del Perù. Dobbiamo a questa trascuratezza paterna uno dei monumenti letterari dell'America Latina, quei "fiumi profondi" che mandano una musica segreta dal fondo dei burroni andini.

All'incontrario, un padre molto presente è quello di Neftalì Reyes, in arte Pablo Neruda. Massiccio ferroviere, uomo del popolo poco amante dei libri e molto della natura, fece crescere il figlio in un ambiente rude e primigenio, negli esuberanti boschi del Sud del Chile, dove gli alberi toccano il cielo e gli animali proliferano più degli esseri umani. Ripetute volte, Neruda tornerà, nei suoi versi, a cantare la natura cilena, in ciò che ha di profondo, tellurico e commovente. E ripetute volte tornerà a cantare la figura del padre, forte, possente, concreto.

Ma forse il padre più importante in tutta la letteratura ispanoamericana non è quello distratto di García Márquez, quello nomade di Arguedas, quello imponente di Neruda, quello assente di Vargas Llosa, quello influente di Borges, quello colonizzatore dell'Inca Garcilaso della Vega. Forse il padre più importante è un padre fittizio, il padre di Juan Preciados, protagonista del capolavoro di Juan Rulfo, Pedro Páramo. «Sono venuto a Comala perché mi dissero che qui viveva mio padre, tale Pedro Páramo. Mia madre me lo disse. E io le promisi che sarei venuto a trovarlo non appena lei moriva. […] "Non chiedergli niente. Esigi ciò che è nostro. Ciò che aveva l'obbligo di darmi e mai mi diede… L'oblio in cui ci tenne, figlio mio, riscuotilo caro"».  La ricerca del padre crea un capolavoro in meno di cento pagine. Ed è un ritratto intimo, intenso e notevole del Messico profondo. 



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