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DANTE/ Abbandonarsi alla bellezza: vittoria o sconfitta della ragione?

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Tiziano, Assunzione della Vergine, particolare (1535) (Immagine dal web)  Tiziano, Assunzione della Vergine, particolare (1535) (Immagine dal web)

Dante, quando descrive, non vuole descrivere: vuole entrare. E quell'ingresso che la parola permette è, per l'appunto, un'incompiutezza, una perdita di difese, un disarmo pieno d'amore: i sensi, accettando la propria inadeguatezza, sorprendono in atto — finalmente — la propria natura. 

Ed è, se ci si pensa, ciò che da sempre commuove di quegli ultimi versi: Dante continuamente dice di non riuscire a descrivere, continuamente dichiara la sconfitta del proprio linguaggio al cospetto della visione di Dio — e non nonostante ma proprio grazie a quella impossibilità, a quella "sconfitta", intuiamo il suo vedere. Dicendoci di "non riuscire a dire", Dante ci introduce non ad un paradosso, ma ad un'esperienza, che proprio in quanto comune a tutti, ci percuote: l'esperienza di una ragione che si scopre incompiuta affacciandosi a ciò che la supera — ed è un'incompiutezza, una vertigine che invece è tutta, drammaticamente percepibile nei sensinella carne. Noi non vediamo Dio, ma ne intuiamo la grandezza; non vediamo la Trinità, ma ne intravediamo il mistero; non capiamo la gloria della Rosa Mistica, ma riusciamo a percepirne la bellezza, non misuriamo «l'amor che move il sole e l'altre stelle», ma quella vita ci interroga personalmente: e Dante ci accompagna, ci porta per mano a questo spalancamento, a questa sconfitta — una sconfitta che è così simile a un'umiltà, a un cadere in ginocchio, a un abbandono.



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COMMENTI
04/01/2015 - Fedeltà della ragione a se stessa (ROBERTO PERSICO)

«Sant’Agostino: la ragione non si sottometterebbe mai, se non giudicasse che ci sono casi in cui si deve sottomettere. Dunque, è giusto che si sottometta, quando giudica di doverlo fare». «Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano. È ben debole, se non giunge a riconoscerlo». Parola di un grande innamorato della ragione, Blaise Pascal.