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DANTE/ Abbandonarsi alla bellezza: vittoria o sconfitta della ragione?

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Tiziano, Assunzione della Vergine, particolare (1535) (Immagine dal web)  Tiziano, Assunzione della Vergine, particolare (1535) (Immagine dal web)

In un bell'articolo dedicato a Dante su Repubblica di domenica 28 dicembre, il grande romanziere Walter Siti commentava gli ultimi versi del Paradiso (e quindi di tutta la Commedia dantesca), soffermandosi su un aspetto in particolare. Parlando infatti dell'attacco finale del poema («Ne la profonda e chiara sussistenza / de l'alto lume parvermi tre giri / di tre colori e d'una contenenza; / e l'un da l'altro come iri da iri / parea reflesso, e 'l terzo parea foco / che quinci e quindi igualmente si spiri»), Siti si ferma a notare un aspetto preciso — e grandioso — della descrizione dantesca: l'impossibilità. Ciò che Dante descrive non è semplicemente inverosimile, è impossibile: perché non è razionalmente immaginabile e misurabile; non è "direttamente percepibile": «indescrivibili» sono infatti gli «incomprensibili dogmi della religione». 

Siti, evidentemente, da molti punti di vista non ha torto: i sensi (le «porte della percezione», come li chiamò William Blake) denuncerebbero questa impossibilità come «contraddittoria»: la ragione, per affermare come vero, per seguire sino in fondo l'intuizione dantesca, dovrebbe quindi rinnegare qualcosa di sé, accettare una parte di fallimento e fingere di credere a un paradosso. Questa parte, questa specificità da sacrificare (espongo, tentativamente, l'implicito del discorso di Siti) sarebbe appunto il principio di non contraddizione. Ma che cos'è questa «impossibilità» di cui parla Dante?  

Guardiamo Dante stesso, nei versi immediatamente successivi a quelli citati: «Oh quanto è corto il dire e come fioco / al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi, / è tanto, che non basta a dicer "poco"»: quanto sono incapaci le parole e le categorie della ragione per dire ciò che vidi, al punto che dire "poco" è essa stessa un'immensa riduzione. Dopo aver detto infatti qualcosa di platealmente inconciliabile ai sensi, Dante non cerca di giustificare l'impossibilità dei fatti: non chiede cioè al lettore una "sospensione dell'incredulità", una fictio narrativa, un "facciamo finta che sia vero". Descrive invece una inadeguatezza della ragione a descrivere quegli stessi fatti. È una dinamica simile a quella di una rifrazione di luce di cui non si riesce però a guardare direttamente la fonte, ma di cui il riflesso visibile porta tutta la stupefatta dirompenza — della sua origine s'intravedono le fattezze: e la ragione (e con essa il suo strumento d'elezione, la lingua — in questo caso la poesia) rincorre, insegue implacabile il suo obiettivo. 

L'equivoco, se c'è, avviene nel credere che la parola possa dire di aver assolto il proprio compito descrittivo esaurendo il suo oggetto: è il grande, tragico tentativo delle Ninfee di Monet, del Palomar di Calvino. Ma l'inquietudine, la drammaticità del "non riuscire" non è la frana di quel tentativo, ma il suo inveramento. 



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COMMENTI
04/01/2015 - Fedeltà della ragione a se stessa (ROBERTO PERSICO)

«Sant’Agostino: la ragione non si sottometterebbe mai, se non giudicasse che ci sono casi in cui si deve sottomettere. Dunque, è giusto che si sottometta, quando giudica di doverlo fare». «Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano. È ben debole, se non giunge a riconoscerlo». Parola di un grande innamorato della ragione, Blaise Pascal.