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LETTURE/ Quando Prometeo "impazzisce", uccide se stesso

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L'alternativa al farsi Dio è la disperazione. Anche perché, se Dio non c'è, la lotta titanica diventa impossibile. Se ne accorse, in ambito positivista, Thomas Hardy, che in un sonetto giovanile, Hap, lamentò l'impossibilità di prendersela con chicchessia per la propria infelicità. Magari esistesse un dio crudele e persecutore, scrive: almeno saprei perché soffro. Così, invece, il mio dolore è una assoluta, inutile, inspiegabile mancanza di senso che capita per caso. 

Nichilismo e disperazione sono, ovviamente, i temi dominanti del Novecento, quando divenne di moda proclamare la morte di Dio. Ma la mistura prometeico-satanica riaffiora continuamente come attacco a tutto ciò che a Dio rimanda, cioè, essenzialmente, alla Chiesa cattolica.

Tra i vari poeti maledetti e romanzieri pseudostorici c'è solo l'imbarazzo della scelta. Uno di loro, però, tale Philip Pullman, è recentemente andato dritto a recuperare la radice miltoniana e, sfruttando l'immagine titanica di Satana, ha cercato di capovolgere il principio stesso del Paradiso Perduto: la cacciata dall'Eden è stata un bene, Satana è un eroe e Dio, o meglio, l'idea di Dio (definita l'"Autorità"), è da combattere e da uccidere in nome della libertà. Niente di nuovo, in fondo. Senonché, travestendo la sua opera da saga fantasy (il cui nome originale, His Dark Materials, è una citazione diretta da Milton), egli propone il satanismo eroico innanzitutto ai ragazzi e ai giovani, che ne restano affascinati. La saga della Bussola d'oro altro non è che, in una zuccherosa imitazione del titanismo, l'ennesima storia di ribellione dell'uomo che, fattosi essere supremo, si arroga il diritto di definire il bene e il male e alla fine, come direbbe san Paolo, indica se stesso come Dio. Soltanto qui il suo delirio di onnipotenza si realizza: roba da fantasy, naturalmente, e da fantasy malato. Ride di lui, e di Pullman, chi abita nei cieli. 

(2 - fine

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