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LETTURE/ Quella gente di confine, "diversa" da qualsiasi altra

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Fulvio Tomizza (1935-1999) (Immagine dal web)  Fulvio Tomizza (1935-1999) (Immagine dal web)

In questo percorso non ha mai usato toni odiosi, accuse, rivendicazioni. I villaggi svuotati, le terre incolte, i camini senza più fumo, le chiese vuote: queste sono le immagini di molti suoi racconti, ma la desolazione non sembra mai scivolare in un annientamento; "accettare e adeguarsi sono le regole del gioco, altrimenti si resta fuori". Tomizza vince il premio Campiello nel 1965 e il Viareggio nel 1969 con L'albero dei sogni; all'epoca considerata la sua opera migliore, è la storia (per molti aspetti autobiografica) di un giovane per un po' di tempo studente in seminario, metà veneto e metà slavo che usa due lingue e vaga tra due mentalità diverse, e non può non chiedersi "In nome di Dio, chi ero?". In questo romanzo si sviluppa un filone tematico, quello del rapporto tra padre e figlio, che diventa un'altra costante di quella ricerca di identità di cui si parlava. 

Ormai cittadino italiano perché vive a Trieste, pubblica nel '74 Dove tornare, una lunga lettera a un'amica di Praga in cui rivive nel popolo ceco la sua stessa esperienza di apolide. Nel '77 esce La miglior vita che vince lo Strega. È la storia delle tante storie di una comunità istriana raccolta attorno alla parrocchia: chi racconta è il sacrestano che vede passare sette parroci diversi in cinquant'anni di fedele servizio; egli è il ponte tra più generazioni, capace di far permanere il passato,  di scrivere la storia con la cronaca minuta di ogni giorno, di additare la necessità di un significato per l'esistenza perché ci possa essere un futuro. Un affresco lucido e oggettivo del mondo istriano durante i decenni del Novecento; un romanzo storico, da molti accostato a quello di Manzoni. Si potrebbe allora sostenere che la polis sconosciuta, quella identità ricercata, possa trovarsi nella permanenza della memoria. 

Ne L'amicizia (1980) lo scrittore mostra che il significato del vivere non consiste nell'omogeneità dello stato sociale né nella vicinanza ideologica, e neppure nell'identità religiosa, bensì nella  capacità di condivisione della condizione umana. Vivendo insieme e rispondendo alle istanze del cuore si possono integrare le culture. È quindi il silenzio su Tomizza veramente "negligente", come sostiene in Cartevive la docente di italianistica a Oxford Marianna Deganutti. C'è qualcuno che ha il coraggio di riproporre Tomizza ai giovani lettori? Probabilmente le discussioni sul presente meticciato troverebbero utili approdi.

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COMMENTI
08/01/2015 - Quanto bella è la lettura? (claudia mazzola)

Penso non mi basti una vita per leggere. Sono affascinata dalla conoscenza delle opere letterarie, eppure ho solo la terza media. Vi sono grata perché con voi del Sussi imparo un po'.