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LETTURE/ Quella gente di confine, "diversa" da qualsiasi altra

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Fulvio Tomizza (1935-1999) (Immagine dal web)  Fulvio Tomizza (1935-1999) (Immagine dal web)

A metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, quando Gadda, Pratolini, Pasolini, Bassani, Calvino pubblicano alcune delle loro opere più importanti, il ventenne Fulvio Tomizza comincia a scrivere Materada, che lo impegnerà per cinque anni. Si è appena concluso un capitolo della questione istriana con il Memorandum di Londra che taglia l'Istria in due parti, la zona A all'Italia, la B alla Jugoslavia. È un nuovo dramma dopo quello del 1947; lasciare la terra istriana, abbandonare il luogo della nascita: Tomizza vi era nato nel '35. In lui è chiara la consapevolezza che "la gente di confine" è per ragioni oggettive diversa da qualsiasi altra, perché trascinata dagli eventi in scelte ardue, per certi aspetti impossibili. 

Materada — il primo romanzo di quella che sarebbe poi stata la Trilogia Istriana con La ragazza di Petrovia (1963) e Il bosco di acacie (1966) — è la storia di quell'esodo, di quella stagione di angosce e dubbi che hanno accompagnato la decisione di andare via. L'Istria, terra di veneziani, slavi, croati, vede i suoi abitanti combattuti e lacerati da decisioni politiche che sembrano incomprensibili eppure inevitabili; è possibile definire una identità degli istriani? Già più di cinquant'anni fa il tema del meticciato si presentava prepotente e apparentemente insolubile. 

In Materada si racconta una saga familiare come tante (qualcuno ha pensato a Tozzi, ma forse è più presente ciò che diceva Calvino del primo dopoguerra: una stagione "con tante storie da raccontare") iniziata da un pasticcio ereditario, ma la contesa, che potrebbe restare nei confini della famiglia, si scontra con i regolamenti dettati dalla politica; la questione di famiglia straripa dai suoi  argini e assume aspetti pericolosi per tutti, sia per il vecchio zio croato che per i nipoti slavi. Tomizza scriverà per altri quarant'anni romanzi, testi teatrali, racconti anche per bambini, ma in lui rimarrà sempre l'impronta, quasi il risentimento per le umiliazioni patite da chi, come lui, ha vissuto il dramma dello sradicamento. 

Ho un ricordo preciso di quando da bambino — d'estate mio padre ci portava in  giro per l'Europa — attraversando il confine, mi prendeva una sensazione particolare. Diversità nella somiglianza, il confine; una continuità o una barriera? Ora la domanda si rivolge al fatto letterario: qual è l'identità di uno scrittore "di confine"? Scrivere implica — credo — una appartenenza: forse Tomizza è andato alla ricerca di un'appartenenza, di una origine, consapevole di essere cittadino di una polis inesistente. Le sue opere sono in certo modo un gesto redentivo per tutti coloro che avevano subito una terribile mortificazione e non dovevano subirne un'altra, quella dell'oblio.



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COMMENTI
08/01/2015 - Quanto bella è la lettura? (claudia mazzola)

Penso non mi basti una vita per leggere. Sono affascinata dalla conoscenza delle opere letterarie, eppure ho solo la terza media. Vi sono grata perché con voi del Sussi imparo un po'.