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ALBERTO GIACOMETTI/ La mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Milano

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Alberto Giacometti  Alberto Giacometti

C’è, a Milano, una mostra meno celebrata di altre, più contenuta nel numero di opere esposte (63 opere tra sculture, dipinti, disegni e fotografie), ma che forse meglio di altre indica una direzione per l’arte del nostro tempo.

In un’intervista del periodo maturo (reperibile online), proprio mentre nel mondo si celebrava il suo lavoro con mostre di successo, rispondendo a una domanda che concerneva la valutazione della sua opera, il simpatico volto di Giacometti induriva fino ad assomigliare alle sue sculture mentre rispondeva: “un fallimento…”.

 “Vorrei fare una testa così come la vedo…”.

In questa frase sta tutta la sua poetica racchiusa dentro la semplicità e l’ostinazione di chi vuole andare a fondo e non si accontenta di essere “arrivato”. “Sì, l'arte mi interessa molto, ma la verità mi interessa infinitamente di più... Più lavoro e più vedo diversamente, tutto ingrandisce giorno dopo giorno, tutto diventa sempre più sconosciuto, sempre più bello. Più mi avvicino, più ingrandisce, più si allontana... Varrebbe per me la pena di lavorare... solo per la visione che ho del mondo esterno e delle persone. Ma riuscire a renderla…L'apparizione talvolta credo di riuscire a coglierla, ma poi la riperdo e bisogna ricominciare da capo...
Ebbene, è questo che mi sprona a lavorare incessantemente.”

 

Eliot in un passaggio dei Quartetti parlando della sua esperienza di scrittore la descrive come una lotta per riconquistare quello che altri uomini hanno già detto, uno sbagliare e ritentare senza risparmiarsi. È lo stesso tentativo di Alberto Giacometti nella sua ansia di “rifare” l’uomo.

 

La mostra alla Villa Reale di Milano ne documenta  il  percorso (con sculture, disegni, dipinti), per certi versi controcorrente rispetto alla maggioranza dei suoi colleghi, attraverso l’avanguardia e ritorno al realismo “esistenziale”.

 

Nato nel 1901 nel Canton Ticino, intraprende gli studi artistici a Ginevra e in seguito a Parigi dove approda nella cerchia dell’avanguardia entrando in contatto con i principali esponenti del surrealismo, conosce Picasso e diventa amico di Cocteau e Sartre. Pur aderendo al Surrealismo (alcune importanti opere di quel periodo sono presenti in mostra) se ne allontana insoddisfatto dal suo lavoro. 

L’insoddisfazione che lo accompagnerà per tutta la vita è la molla che lo spingerà incessantemente a tentare di “copiare”  la figura. Il procedimento scultoreo verso l’assottigliamento della forma diventa per Giacometti l’abituale procedere nell’intento di cogliere la personalità del soggetto raffigurato. La materia sembra farsi e disfarsi  tra le sue mani nel tentativo di trovare l’essenza della figura. 

L’uomo che cammina, la donna immobile, sono i soggetti ricorrenti delle sue sculture, in piccola scala o in versione monumentale verso il termine della sua vita. Ma la materia di cui le opere sono costituite vibra di tensione (verso il cielo dirà Sartre): il risultato è spesso una presenza filiforme, un segno, che mai  cancella l’uomo. Rivive così in Giacometti il confronto a distanza con la fissità dell’arte antica che da giovane ha incontrato al Louvre.

 

”Un tempo andavo al Louvre e i quadri o le sculture mi davano un'impressione sublime... Le amavo nella misura stessa in cui mi davano più di quello che vedevo della realtà. Le trovavo veramente più belle della realtà stessa. Oggi, se vado al Louvre, guardo la gente che guarda le opere. Il sublime oggi per me è nei volti più che nelle opere... Tutte quelle opere hanno un'aria così misera, così precaria, un percorso balbuziente attraverso i secoli, in tutte le direzioni possibili, ma estremamente sommario, ingenuo, per circoscrivere un'immensità formidabile - la vita. Ho capito che mai nessuno potrà coglierla compiutamente... È un tentativo tragico e risibile.”

Un tentativo tragico e risibile che si erge come domanda verso l’assoluto.

 

Fino al 1° febbraio 2015

Galleria d’Arte Moderna Milano

Via Palestro 16



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