BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Giuliano l'apostata, così un ex-cristiano "salvò" la Chiesa

Pubblicazione:

Teoria di santi, Chiesa di Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna (VI sec.)  Teoria di santi, Chiesa di Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna (VI sec.)

Da questa trappola mortale, di nuovo paradossalmente, fu l'imperatore "apostata" a salvare, suo malgrado, la chiesa. Giuliano, infatti, tra le prime misure di governo, prese la decisione di revocare tutte le condanne all'esilio comminate da Costanzo ai vescovi niceni e questo permise loro di ritornare in campo, riaprendo, di fatto, una partita che si sarebbe conclusa solo venti anni dopo (e con tutti i guadagni di una grande maturazione teologica), nel secondo concilio ecumenico, quello di Costantinopoli del 381: il credo che recitiamo ogni domenica alla messa è il frutto prezioso di tutto quel travaglio. Naturalmente Giuliano non agì per amore dei cristiani, anzi, stando allo storico pagano Ammiano Marcellino, la sua intenzione era di fomentare la discordia nella chiesa perché sapeva che «non ci sono bestie feroci così nemiche degli uomini come lo sono molti cristiani tra di loro», però di fatto mise fine alla soffocante stretta di Costanzo.    

Almeno nei primi tempi, inoltre, la sua non si può neppure considerare, in senso stretto, una politica di persecuzione cruenta dei cristiani. Egli puntava piuttosto a emarginarli dallo spazio politico (esemplare, in questo senso, la sua legge scolastica). Perché allora il giudizio cristiano su di lui è stato di assoluta condanna? Si trattò forse di una reazione alla perdita dei privilegi che gli imperatori cristiani avevano cominciato ad assicurare, in misura crescente, alla chiesa? E l'asserita superiorità morale del sovrano, oltre che la sua competenza tecnica, non contano nulla nella valutazione dell'esperienza giulianea da parte cristiana?

C'è, a questo proposito, un passo illuminante nella seconda orazione contro Giuliano scritta, poco dopo la sua morte, da Gregorio Nazianzeno. Riferendosi al fatto che nel sopra citato Misopogon l'imperatore si era vantato del proprio stile di vita ascetico come prova della sua eccellenza morale e politica, Gregorio senza tanti complimenti ribatte: «In quel discorso tu ti gonfi di orgoglio per la semplicità del tuo regime di vita e perché non ti è mai capitato di fare indigestione a causa dell'ingordigia, come se dicessi qualcosa di straordinario, ma volentieri sorvoli sul fatto che hai dato la caccia ai cristiani così crudelmente e hai fatto perire un popolo tanto grande e santo! Per altro, se un singolo uomo ha fatto indigestione o lascia andare dei rutti, che danno ne deriva all'interesse pubblico? Ma una volta messa in moto una così grande persecuzione e creata con le innovazioni una tale confusione, come poteva non trovarsi necessariamente a mal partito l'impero romano, come in effetti si vede che è accaduto?» (or. 5,41). 

Ecco l'enunciazione del criterio fondamentale con cui la chiesa si rapporta alla politica ieri come oggi: il primo e più importante fattore di cui tiene conto per valutare un governo è se le garantisce o meno la libertà. 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >