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ARTE/ Biennale di Venezia, la bellezza è un dramma. E scaccia i sogni

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T. Gates, la campana della chiesa di St.Laurence in mostra a Venezia (Immagine dal web)  T. Gates, la campana della chiesa di St.Laurence in mostra a Venezia (Immagine dal web)

C'è un'intera parete composte con le tegole del tetto, ci sono frammenti dell'organo, c'è la statua in cemento di san Lorenzo, c'è una campana: intanto su un grande grande schermo si vedono un gruppo di ragazzi, tra i ruderi della chiesa, dar vita ad un concerto spiritual dove per strumenti musicali si battono ritmicamente le assi dell'edificio: atto d'amore struggente verso un luogo che la "storia" ha sottratto a quella comunità.

Si potrebbero fare tanti altri esempi, per capire come una Biennale così non sia una Biennale che pretenda di proclamare verità, ma più semplicemente tenti di scovare l'umano laddove l'umano è rimasto schiacciato dalle macerie delle diverse omologazioni o sopraffazioni. Ciò che fa di un uomo un artista è una sensibilità del tutto particolare: una sensibilità acuta, vibrante che si cala nelle fibre della vita e ne coglie movimenti e sussulti che altrimenti sfuggirebbero. 

E loro, i ragazzi, che cos'hanno detto e visto? Mi ha colpito il desiderio di capire, di non restare prigionieri dei preconcetti. Il coraggio di fare anche domande radicali (che senso ha quella tela bianca che ho visto esposta?), il desiderio di sapere che l'arte ha una relazione stretta con la felicità anche se non mette a tema la felicità: perché il dar forma a immagini, dar loro persino una voce come accade spesso alla Biennale, è esperienza che ha a che vedere con la felicità. C'era anche una domanda di bellezza, dimensione che oggi sembra quasi negata in tante forme d'arte. Ho cercato di spiegare che la bellezza è sempre esito di una battaglia, che ci deve guardare dalla bellezza pacificata perché nella gran parte dei casi è solo un anestetico. La bellezza comporta sempre un rischio. Emerge per tentativi mai per calcolo. Oggi in particolare la bellezza si propone a frammenti, a sussulti. È fragile, spesso irriducibilmente ferita. Proprio come il corpo di Ashes, rifulgente di vita, che danza cullato dal movimento delle onde, che vediamo calamitato dalla meraviglia infinita del cielo del mare. Ma noi guardandolo sappiamo che quel suo corpo non c'è più. E l'arte è lì a cercare e domandare, a nome di tutti noi, un accento di consolazione.

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