BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Rosario Livatino, quando l'ideale di giustizia porta a Dio

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto

Certamente, nella valutazione della vita del giudice ragazzino aveva giocato un ruolo non indifferente la linea indicata da Papa Giovanni Paolo II durante la sua visita ad Agrigento. Wojtyla in quel maggio del 1993 fu scosso dall'incontro con gli anziani genitori di Livatino. E si dice che dopo quel drammatico colloquio fatto più di sguardi che di parole, Giovanni Paolo II abbia mormorato ai più stretti collaboratori: «Ecco cos'è la mafia. Un conto è studiarla, un conto è vedere cosa ha provocato». Fu così che alla Valle dei Templi, dopo la liturgia e i discorsi ufficiali, il Papa polacco lanciò il suo monito: «Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l'uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Lo dico ai responsabili: Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!»

In quella stessa occasione Wojtyla definì Livatino un "martire della giustizia e indirettamente della fede".

Cosa aveva visto nel giudice ragazzino Giovanni Paolo II? Le agende di Livatino e i suoi due discorsi pubblici di cui è rimasta traccia ci aiutano un po' meglio a capirlo.

Il magistrato di Canicattì era un personaggio ben voluto nell'ambiente agrigentino per i suoi modi garbati e la sua vita riservata. Nella Chiesa locale non aveva avuto incarichi di responsabilità. Anzi, aveva compiuto un lungo cammino prima di abbracciare pienamente la fede dei genitori. All'età di 36 anni, nell'ottobre del 1988 dopo l'uccisione del giudice Saetta, e dopo un lungo periodo di lotta interiore, decide di rompere gli indugi e affidarsi con la ragione e col cuore a Dio. E lo fa chiedendo la cresima, che è proprio il sacramento della confermazione della fede.

Ma veniamo alle agende che ci restituiscono un'immagine a tutto tondo dell'uomo Livatino. Il 6 luglio del 1978 riceve il fonogramma che gli annuncia l'avvio della carriera di magistrato. Nell'agenda annota: «Poteva essere la notizia più bella della mia vita ed è la più triste. Sono caduto in uno stato di scoramento profondo (…). Mi duole lasciare l'Ufficio [lavorava allora all'Ufficio del Registro di Agrigento come vicedirettore] e il suo ambiente umano». Livatino aveva conosciuto una collega di lavoro che gli aveva acceso il cuore. «Avevo solo questa consolazione: ho potuto avere la sua compagnia ogni mattina. E invece nulla. Ciò che mi macera maggiormente è che non so come accomiatarmi».

Il 21 dicembre dello stesso anno il pensiero del giudice è ancora agli affetti lasciati ad Agrigento: «è praticamente impossibile — scrive — che io possa conoscere una fanciulla più bella, più delicata, più pura di questa. Come diavolo farò ad accontentarmi?».

Nel 1984, dopo 6 anni di duro lavoro in Procura, Livatino entra in una crisi profonda che è, al tempo stesso, esistenziale e professionale. Il giudice prova una profonda delusione per l'ambiente giudiziario in cui si trova ad operare, avverte la slealtà di qualche collega e prende consapevolezza della inutilità della propria totale dedizione allo Stato. 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >