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LETTURE/ Rosario Livatino, quando l'ideale di giustizia porta a Dio

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Il suo desiderio infinito di bene, di giustizia e di felicità non può trovare nello Stato la risposta adeguata. Comincia, anzi, ad avvertire in quell'anno che l'incorruttibilità lo sovraespone e lo rende bersaglio per la mafia. Il 17 gennaio 1984 annota nell'agenda: «Udienza straordinaria. Processo Alabiso. Terribile e demoralizzante. Ho rinunziato a una cena».

Il 18 marzo altra annotazione: «Indagini (…) per i '15'. E' pericoloso». In Procura si stava indagando sui rapporti fra mafia e politica e sugli intrecci mafia-appalti. Livatino passa al setaccio i beni dei clan, facendone controllare provenienza e gestione. Il processo riguardava molti capimafia della zona, a partire dal boss di Canicattì Antonio Ferro. Ma l'attivismo di Livatino anche in Procura comincia a essere guardato con fastidio. A ottobre la svolta. Alla data del 19, Livatino annota: «un boccone amaro: vogliono togliermi il processo dei '15'».

Il giudice integerrimo e incorruttibile è però anche un uomo che sbaglia e che sa ammettere e correggere i propri errori. Sempre nell'autunno dell'84 egli annota: «Sono incappato nell'errore giudiziario Sardone». L'amministratore di una ditta di Agrigento, Aldo Sardone, era rimasto in carcere per 21 giorni a causa di un banale errore: una telefonata ricattatoria da lui ricevuta e non trascritta dagli inquirenti.

L'errore giudiziario e, ancor più, l'attività di indagine sugli intrecci mafiosi con la politica e gli appalti ripropongono la questione della possibilità di esercitare realmente e compiutamente la giustizia. Su questo punto Livatino mostra tutta la sua profondità nel coniugare una visione della vita con l'esercizio del proprio lavoro. Il magistrato, infatti, non è un astratto e neutro applicatore delle norme giuridiche. Egli è chiamato a decidere, cioè a scegliere, a volte fra diverse opzioni. «Scegliere — dice Livatino nella conferenza su "Fede e diritto" tenuta a Canicattì il 30 aprile 1986 — è una delle cose più difficili che l'uomo sia chiamato a fare». «Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare — sostiene Livatino — che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell'amore verso la persona giudicata».

Attraverso le parole del giudice ragazzino possiamo comprendere meglio il suo "segreto": la fede, per lui, non era un fatto estrinseco alla vita, ma proprio come lasciava intendere la sigla S. T. D. essa è una luce che illumina le scelte quotidiane, che fa vedere negli altri, anche nei più incalliti delinquenti, un seme di umanità, che offre prospettiva al cammino dell'esistenza.

Livatino è stato un testimone della fede in terra di mafia per essersi impegnato nel suo lavoro di magistrato "non solo a rendere concreto nei casi di specie il comando astratto della legge" ma anche a "dare alla legge un'anima, tenendo sempre presente che la legge è un mezzo e non un fine". 



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