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LETTURE/ Rosario Livatino, quando l'ideale di giustizia porta a Dio

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Il 21 settembre 1990 gli inquirenti che per primi accorsero sul viadotto Gasena lungo la statale che da Caltanissetta porta ad Agrigento trovarono nel vallone sottostante il corpo privo di vita di un giovane magistrato.

Il 21 settembre 1990 gli inquirenti che per primi accorsero sul viadotto Gasena lungo la statale che da Caltanissetta porta ad Agrigento trovarono nel vallone sottostante il corpo privo di vita di un giovane magistrato. Quel giorno, come al solito, Rosario Livatino (1952), all'epoca giudice a latere nel Tribunale di Agrigento, e nel decennio precedente sostituto procuratore della Repubblica nella città dei Templi, viaggiava senza scorta con la sua Ford Fiesta amaranto da Canicattì verso il luogo di lavoro. Lungo il tragitto quattro killer, due in auto e due in moto, prima spararono sull'auto del magistrato e poi lo inseguirono a piedi lungo il vallone e lo colpirono a morte. Gli investigatori trovarono addosso al giudice assassinato un'agenda, che nella prima pagina conteneva una sigla con tre lettere maiuscole e puntate: S. T. D. Sembrava una pista per cominciare le indagini e svelare il mistero dell'assassinio, che seguiva di due anni un altro delitto eccellente compiuto nella zona, quello del giudice Antonino Saetta.

In effetti in quella sigla c'era il segreto della vita del giudice ragazzino. S. T. D. non erano le iniziali di potenziali nemici mafiosi, quelle lettere dell'alfabeto indicavano piuttosto un atto di affidamento a Dio, stavano per "Sub Tutela Dei" ("Sotto la tutela di Dio"). In tutte le agende del magistrato, dal 1978 al 1990 troviamo questa sigla, che suona come un programma. Livatino si mette sotto lo sguardo di Dio perché sa che per applicare la giustizia occorre una luce che illumini tutti gli aspetti della realtà e non faccia dimenticare mai che gli indagati, anche se colpevoli di gravi reati, sono sempre persone.

Roberto Mistretta, nel volume fresco di stampa Rosario Livatino. L'uomo, il giudice, il credente (Paoline, Milano 2015), ha analizzato le agende del magistrato ricavandone un profilo inedito. Sulla scorta di questa nuova documentazione proviamo a rispondere ad alcune domande che, da quel 21 settembre 1990, sono rimaste presenti nell'opinione pubblica. Perché Rosario Livatino è entrato nell'immaginario collettivo? Cosa ne fa un martire di giustizia, in questo come altri autorevoli magistrati caduti per mano della mafia, ma in nome della fede? E perché la Chiesa ha addirittura avviato il processo canonico per dichiararlo santo?

Già nel 2005, la Cei — su suggerimento dell'allora arcivescovo di Monreale, monsignor Cataldo Naro — aveva fatto una scelta coraggiosa indicando Rosario Livatino tra i sedici laici "testimoni di speranza" da proporre a tutti i cattolici italiani in occasione del convegno nazionale di Verona. Naro giustificava quella scelta sostenendo che parte integrante dell'evangelizzazione in Sicilia era «il riferimento a concreti modelli di santità, cioè di esistenze cristianamente "riuscite", quali indubbiamente sono state le esistenze di quanti hanno affrontato la morte [resistendo alla mafia] sulla base di un esplicito progetto di sequela di Cristo». 



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