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DON GIOVANNI/ Kierkegaard al "bivio" tra libertinismo e grazia

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Mariusz Kwiecien al Metropolitan in "Don Giovanni" di Mozart (Immagine dal web)  Mariusz Kwiecien al Metropolitan in "Don Giovanni" di Mozart (Immagine dal web)

Tracce di questa "metamorfosi" si trovano sparse nel testo, come quando Kierkegaard allude a una qualche somiglianza tra Cristo e Don Giovanni, per il quale "dovendo proporre un'età allora proporrei 33 anni…" (p. 120), o come in quest'altra chicca dialettica (non l'unica!) che da sola vale il prezzo del libro: "Asserire che il cristianesimo ha introdotto la sensualità nel mondo, pare arditezza rischiosa. Ma come si dice: arditezza rischiosa mezza vittoriosa (…). Che la sensualità esistesse prima del cristianesimo sarebbe naturalmente una obiezione molto stupida, poiché è ovvio che ciò che viene escluso precede sempre ciò che l'esclude così come in un altro senso, venga a essere solo mentre viene escluso" (pp. 64,65). 

Attraverso la sua contorta negazione del piacere e della sensibilità, cifra della sua "produzione religiosa", Kierkegaard rimane pervicacemente avvinghiato ai temi che, almeno nella sua giovinezza, gli lasciarono intravvedere una possibile via alla soddisfazione nella forma di un godimento gaio, ovvero impenitente, anche nel senso liberatorio di senza pena. Il tentativo merita considerazione perché documenta la ricerca di una via (mai trovata da Kierkegaard) verso una soddisfazione "pura" nel senso di lecita e non "diabolicamente", per usare il suo linguaggio, iscritta fin dall'inizio nella trasgressione. Da lì in avanti nello scenario culturale europeo e mondiale si sarebbe aperto un bivio formato da una via indirizzata alla vita gaia (dapprima riservata ai libertini più sfrontati e coraggiosi e successivamente sempre più diffusa in modo conformistico), e sul lato opposto la via di una ri-valutazione del corpo, dei suoi moti (a soddisfazione) e del pensiero delle leggi di essi. È il campo di lavoro iniziato da Freud e pazientemente coltivato da Giacomo B. Contri attorno al (alla legittimità del) potere del soggetto: tutto ciò che il soggetto può intraprendere per la sua e l'altrui soddisfazione. In perfetta coerenza col pessimismo luterano, Kierkegaard rispose negativamente, sottraendo ogni legittimità al potere non solo del singolo, ma anche dei soggetti storici: Stato, Chiesa, partiti, movimenti eccetera. Ma senza alcun potere sulla propria vita non resta che l’abbandono: o a una grazia irragionevolmente "sperata contro ogni speranza", o al libertinismo vintage comandato dalle attuali convenzioni sociali. Ecco il nuovo aut-aut.  Naturalmente apolitico, fede o godimento da consumersi rigorosamente in privato. Era vero ciò che leggevo sui taze bao in università: "Chi ama la res publica avrà la mano mozzata" (Cz. Milosz).



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