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LETTURE/ Dalla Russia all'Italia, percorsi di un "io" in cerca di sé

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Leningrado, fine della seconda guerra mondiale (Immagine dal web)  Leningrado, fine della seconda guerra mondiale (Immagine dal web)

Un convegno in cui i relatori si inseguono di incontro in incontro, di discussione in discussione, non per un astratto gusto accademico, ma per continuare un lavoro, il lavoro di rispondere alla sfida della vita. Che ne è delle nostre speranze? Che ne è del dolore dei nostri amici o dei mille volti di sconosciuti che soffrono lungo il nostro cammino? Che ne è dei nostri progetti per soccorrerli o degli interventi dei nostri paesi e degli organismi internazionali? Che ne è dell'odio e della paura che ci incattiviscono o ci bloccano di fronte a tante difficoltà? L'annuale convegno di Russia Cristiana, che domani si apre in Università Cattolica a Milano (e proseguirà nella mattina di sabato con una tavola rotonda nella sede di Villa Ambiveri a Seriate), vuole raccogliere la provocazione di queste domande a partire dal tema dell'io e del suo rapporto con il potere e con la libertà.

L'io di cui tutti parlano, con un'insistenza che è pari solo alla noncuranza con la quale si dimenticano tutti gli altri io, questo io così decantato si presenta come un fantasma fiaccato, prima ancora che dal potere e dall'impersonalità delle masse, dal suo stesso frantumarsi in mille fattori staccati e privi di senso, il cui valore non resiste né alla prova del successo né, tanto meno, a quella della morte: con che macabro paradosso si accompagnano la corsa all'accumulo dei piaceri e delle ricchezze, che non appagano mai veramente, e il folle gioco al rialzo del terrorismo, che cerca stragi sempre più efferate ed eclatanti.

Eppure non tutto è veramente così, e comunque non sempre è stato così: il lavoro che molti dei relatori di domani stanno facendo sul senso della memoria e della verità, sulla forza del pentimento e del perdono, ci porterà a riconoscere nella storia dell'Europa un io diverso, un io che faceva degli altri io non un motivo di paura o un'occasione di violenza e, anzi, più profondamente ancora, un io che viveva e riusciva a trasmettere un senso in nome del quale vivere persino sotto gli attacchi del totalitarismo. E come è successo allora, dovrebbe poter essere possibile oggi sotto gli attacchi del fondamentalismo e sotto quelli di un relativismo solo esteriormente meno pericoloso.

"Ci trovavamo a leggere poesie a dispetto delle proibizioni del regime perché avevamo scoperto la bellezza della poesia e volevamo condividerla con i nostri amici", aveva detto Susanna Pecuro, una sconosciuta dissidente russa, per spiegare perché si era messa in un'impresa che, subito prima della morte di Stalin, l'aveva fatta condannare a 25 anni di campo. Così oggi ci si può ritrovare non per cercare le ragioni dell'odio del nemico, ma per riscoprire i motivi della riconciliazione, che magari nasce dalla richiesta di perdono da parte delle stesse vittime. 



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