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LETTURE/ Leopardi, perché non la si racconta "giusta" sul suo conto?

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Un interno di casa Leopardi (Foto famiglia Leopardi)  Un interno di casa Leopardi (Foto famiglia Leopardi)

Ma come si arriva fin là? Perché «il fine è certo, il mezzo s'ignora» (Zibaldone, 4228). E quando Silvia muore, perdiamo anche «la speranza de l'altezza»; se poi solleviamo gli occhi lucidi alla luna, lei tappa ogni domanda col suo mutismo assordante. Chissà quante chiamate senza risposta troverà la Natura, quando riaccenderà il telefono! 

Qui potrebbe chiudersi la partita: la Natura è matrigna, l'infinito è un prodotto dell'immaginazione, la felicità è negata all'uomo, siamo destinati al nulla, non ci resta che divertirci. Ma come si fa a chiudere i conti che Leopardi non ha mai chiuso? Come si fa a prendere 177 punti interrogativi nei Canti e 418 nelle Operette morali e far finta che siano affermazioni? Colpa grave, perché a discettare sul pessimismo e sul titanismo è solo chi non ha mai letto Leopardi, e ripete i riassuntini dei manualetti: cuori minuscoli che si permettono di incollare un'etichetta sopra il genio. E insinuando un pregiudizio su di lui, ne insinuano uno ancor più pesante sulle domande che inondano segretamente il cuore di ognuno: "sarò fatto male io, che desidero così tanto?". 

Leopardi, invece, proprio al culmine delle sue «malvage analisi» rimette la palla al centro: ricominciando a domandare. Forse non c'è poeta che abbia premuto tanto sul pedale dell'acceleratore del desiderio di felicità, di quel desiderio che è «compagno inseparabile dell'esistenza» (Zibaldone, 175). Inseparabile, perfino nella disperazione: ché quando qualcuno sentenzia che «tutto è male» lo fa, in fondo, perché spera che, dicendolo, starà meglio. Ma del tutto meglio non sta, e il problema rinasce. 

Tra le milioni e milioni di parole che Leopardi ha scritto, ne manca giusto una, ed è "pessimismo". Senza il supporto di alcun riferimento testuale gira la più grande bufala sul suo conto. O meglio: una sola volta l'ha usata, verso la fine dello Zibaldone, ma solo per parlarne male. In un'osservazione che sgorga dall'abisso più buio: «Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell'universo è il male». Non si può immaginare di risalire da questo sprofondamento. E invece, con un'energia insospettabile, eccolo a sostenere che non è giusto sostituire «all'ottimismo il pessimismo. Chi può conoscere i limiti della possibilità?»(Zibaldone, 4174).

Leopardi è un poeta interrogativo: non sentenzia che la Natura è matrigna, ma le urla: «perché non rendi poi / Quel che prometti allor? perché di tanto / Inganni i figli tuoi?». È una domanda, non una sentenza. E poco dopo insiste: «Questo è quel mondo?». Mette un punto interrogativo, non un punto fermo: non è cinismo, è struggimento (possibile che sia tutto qui? eppure presentivo chissà quale vita: possibile che sia tutto azzerato?). 



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COMMENTI
16/10/2015 - piccolo contributo (Giuliana Zanello)

Vorrei aggiungere una suggestione, affidandola a chi volesse approfondirne i nessi con quanto osservato da Capasa. 'Leopardi non è un poeta metaforico': così titola, e poi puntualmente dimostra al vaglio accurato dei Canti, Pier Vincenzo Mengaldo, nel quarto capitolo di 'Sonavan le quiete stanze', Il Mulino Saggi. I dati di realtà, le creature, affollano i canti, direttamente, spesso anche senza aggettivi. Mengaldo conclude il capitolo con una citazione dai Pensieri di Pascal: 'Quand on voit le style naturel, on est tout étonné et ravi, car on s'attendait de voir un auteur et on trouve un homme'.