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LETTURE/ Leopardi, perché non la si racconta "giusta" sul suo conto?

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Un interno di casa Leopardi (Foto famiglia Leopardi)  Un interno di casa Leopardi (Foto famiglia Leopardi)

Perfino tra la Natura e l'Islandese l'ultima battuta è una domanda: «a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?». Neanche le tombe placano l'implorazione: «Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre / Di strappar dalle braccia / All'amico l'amico, / Al fratello il fratello, / La prole al genitore, / All'amante l'amore; e l'uno estinto, / L'altro in vita serbar?». Siamo fragili, ma chissà perché non ci arrendiamo: «Natura umana, or come, / Se frale in tutto e vile, / Se polve ed ombra sei, tant'alto senti?».

La prima strofa del Canto notturno è un bombardamento di interrogativi («Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / Silenziosa luna?»«a che vale / Al pastor la sua vita, / La vostra vita a voi? dimmi: ove tende / Questo vagar mio breve, / Il tuo corso immortale?»), seguita da due strofe di risposte inequivocabili: non vale la pena nascere, perché si muore. A questo punto, la poesia potrebbe concludersi. Ma non c'è risposta che spenga la domanda, e il canto si riapre, quando il pastore si riaccorge del «tu» della luna, e torna a tempestarla di domande: «a che tante facelle? / Che fa l'aria infinita, e quel profondo / Infinito seren? che vuol dir questa / Solitudine immensa? ed io che sono?».

Non c'è punto fermo che tenga: la forza di quelle domande sta nella loro insopprimibilità, qualunque idea si sforzi di smorzarle. Forse proprio il coraggio di non farsi sconti sull'infelicità ha permesso a Leopardi di sentire che il pessimismo sarebbe la conclusione più inaccettabile. Perché la vita è scritta col punto interrogativo: «Cosa è dunque la felicità, mio caro amico? e se la felicità non esiste, cos'è mai la vita?». Su di lui aveva ragione Carlo Bo: «esiste la verità nell'interrogare, non già nel rispondere».

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COMMENTI
16/10/2015 - piccolo contributo (Giuliana Zanello)

Vorrei aggiungere una suggestione, affidandola a chi volesse approfondirne i nessi con quanto osservato da Capasa. 'Leopardi non è un poeta metaforico': così titola, e poi puntualmente dimostra al vaglio accurato dei Canti, Pier Vincenzo Mengaldo, nel quarto capitolo di 'Sonavan le quiete stanze', Il Mulino Saggi. I dati di realtà, le creature, affollano i canti, direttamente, spesso anche senza aggettivi. Mengaldo conclude il capitolo con una citazione dai Pensieri di Pascal: 'Quand on voit le style naturel, on est tout étonné et ravi, car on s'attendait de voir un auteur et on trouve un homme'.