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LETTURE/ Il "Rembrandt" di Franzosini: umano, troppo umano

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Rembrandt Bugatti ( 1884-1916) (Immagine dal web)  Rembrandt Bugatti ( 1884-1916) (Immagine dal web)

Nel fatale 1914 lo scultore si trova pure ad Anversa, sede di uno splendido giardino zoologico. Ma la città è bombardata dai tedeschi e le autorità sono costrette a prendere una decisione che colpirà profondamente Rembrandt: tutti gli animali dello zoo dovranno essere abbattuti. Per Bugatti ciò segna l'inizio di una crisi — sia psicologica che esistenziale — superare la quale gli risulterà impossibile. E risulta splendido nella sua limpidezza evocativa il breve capitolo in cui Franzosini descrive l'eccidio di quelle povere bestie inermi, massacrate freddamente dai soldati con imperturbabile efficienza. Ma come non accostare tale strage di creature innocenti a quella ben più vasta e atroce delle vittime umane che la grande guerra sta perpetrando? Infatti l'autore lo fa in una pagina equilibrata da un'estrema misura espressiva, attraverso una pietas commossa ma composta: per non cedere né alla retorica, né ai troppo facili eccessi granguignoleschi.

Il ritorno di Bugatti in Francia costituisce però l'inizio della fine. Per la prima volta turbato dalla sofferenza di esseri umani egli ha un'intuizione che potrebbe segnare una svolta nella sua arte come nella sua vita. Abbozza un Cristo in croce: simbolo della massima afflizione ma pure indice di un suo possibile trascendimento. Ma ormai l'angoscia lo divora: lui così parco nell'esternare le proprie emozioni scriverà al fratello: "Questa vita tuttavia mi pesa molto". Verrà trovato poco tempo dopo dalla polizia, allarmata per la puzza di gas che fuoriesce dallo studio di rue Joseph-Bara, disteso sul letto e "vestito in modo impeccabile".

Di tutte le pur riuscite biografie scritte da Franzosini, è questa a mio avviso la migliore. Forse perché più asciutta delle altre, più scarna, essenziale e intensa: volta com'è a dar voce ad un personaggio così tendente all'afonia  e all'insignificanza, ad onta dell'indubbia valentia artistica e dei riconoscimenti ricevuti. Rembrandt quindi come uomo qualunque, ancor prima dello scultore Bugatti. Questo il pregio della narrazione trascinatrice di un autore che mi pare non cerchi più solo di stupire il suo pubblico con l'intelligenza della propria scrittura/cultura, ma intenda aprire uno spiraglio di luce/attenzione su un personaggio forse caratterizzato soprattutto dall'essere semplicemente umano, troppo umano. Così auspicherei senz'altro che la prossima biografia di Franzosini possa incentrarsi giusto sulla vita ordinaria d'un individuo qualunque, anonimo, ordinario. Anche perché, come scrisse Arturo Graf, "A compiacersi del semplice ci vuole un'anima grande".

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