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LETTURE/ Le profezie (avverate) di Pasolini "corsaro"

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Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (Immagine dal web)  Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (Immagine dal web)

"Ma — diceva — io produco una merce che è in realtà inconsumabile: la poesia", che rimarrà anche dopo la morte del poeta, dell'editore, del lettore. E aggiungeva: "Per me il consumismo è una tragedia, che si manifesta come delusione, rabbia, taedium vitae, accidia e, infine, come rivolta idealistica, come rifiuto dello status quo" (ivi, p. 107).

Il corsaro uscito sul Corriere della Sera il 1° marzo 1975 con il titolo «Non aver paura di avere un cuore» è certamente esaustivo. Il cuore, nella nuova società dei consumi, è ridotto a nient'altro che un muscolo, in una totale "mancanza del senso della sacralità della vita degli altri" (ivi, p. 127). Era l'Italia delle stragi politiche, del vuoto di potere, quella in cui i valori del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, paleoindustriale — Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità — non contavano più (ivi, p. 130). Il Nuovo Potere (con la P maiuscola, quasi avesse, lo dice lo stesso regista, un carattere "misticheggiante") non è più "clerico-fascista, non è più repressivo. […] Esso ha portato al limite massimo la sua unica possibile sacralità: la sacralità del consumo come rito e, naturalmente, della merce come feticcio (ivi, p. 126). 

Ne esce un Pasolini "ossessionato" dal "bifronte mostro consumistico" (ivi, p. 200), per cui tutti "devono" avere un'automobile che riduca le distanze e le "differenze", e tutti "devono" essere in coppia. Si profila, dissacrante e conservatore, il volto bianco del nuovo potere, tirannico e al tempo stesso falsamente tollerante, determinato a trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi. Avviene così, nella requisitoria pasoliniana, l'incontro tra giovani "disadattati" sottoproletari — nevrotici, incapaci di allegria, afasici, imitatori di lingue altrui — con giovani borghesi in violenta polemica con la propria classe — anch'essi nevrotici, incapaci di allegria, "utenti di una lingua come imparata a memoria" (ivi, p. 164). Alla cultura popolare "astorica", conservatrice di se stessa, "fissatrice" di un codice che non ha un inventum evolutivo perché non ha possibilità di infrazioni, non rimane che essere relegata dalla cultura borghese in una specie di riserva, nella quale, tuttavia, "democraticamente", le viene data la possibilità di "contribuire" alla cultura del paese, di entrare a far parte dell'"acculturazione" univoca (che riduce a "culturame" le realtà particolari) solo se è capace di ottenere una "promozione" sociale: accettare e far propria cioè la "cultura" della classe dominante (ivi, p. 211).

E' questa, per Pasolini, una forma nuova "totale" di fascismo, che non distingue più: non distingue più giovani a favore del divorzio, della liberazione della donna, dello sviluppo in generale, dagli altri, perché tutti compiono atti identici (che sono culturali), tutti parlano lo stesso linguaggio del corpo e un linguaggio verbale completamente convenzionale ed estremamente povero (ivi, p. 47). La novità rispetto al passato è che questi atti culturali e questo linguaggio somatico sono "interclassisti": non si potrà più distinguere per esempio in una piazza, dal suo corpo, un operaio da uno studente, un fascista da un antifascista. 



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