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LETTURE/ Le profezie (avverate) di Pasolini "corsaro"

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Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (Immagine dal web)  Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (Immagine dal web)

Pier Paolo Pasolini moriva ucciso presso l'Idroscalo di Ostia tra la notte del 1° e 2 novembre 1975. Enzo Biagi, nella trasmissione Rai "Terza B, facciamo l'appello" del giorno successivo, lo ricordava così: "Era un uomo generoso, tormentato e semplice. Nel fondo della sua natura c'era una grande innocenza, era una creatura indifesa. La sua fine sembra una storia scritta da lui. Lui si ritrova ucciso da un personaggio che appartiene ai suoi tristi eroi", gli eroi di Ragazzi di vita, "in una notte d'autunno, piena di ombre".

Perché parliamo di "profezie"? Perché un autore "moderno", dalla grande capacità di ascolto e sensibilità "moderne", è anche "attuale"?

Perché Pasolini, nell'Italia di quarant'anni fa, con lucidità senza pari coglieva — nelle strade e non nei salotti letterari perché, diceva, "basta soltanto uscire per strada per capire i cambiamenti, e per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla" (Scritti corsari, 1975) — l'opulenza omologante della globalizzazione ante litteram, l'identificazione impropria del "benessere" con lo "sviluppo", produttore di beni superflui, che avrebbe portato a quel "genocidio" culturale di cui Marx parlava nel Manifesto: il passaggio da una cultura arcaica all'organizzazione moderna della "cultura di massa". Era quello un fenomeno di "mutazione antropologica", la cui omologazione culturale riguardava tutti: popolo, borghesia, operai e sottoproletari (ivi, pp. 41-42). La nuova cultura che nasce non è più ecclesiastica, moralistica e patriottica; essa è strettamente legata alla propaganda televisiva, qualunquistica, il cui linguaggio sempre ex cathedra rispetto allo spettatore, è un "linguaggio fisico-mimico, il linguaggio del comportamento" che riprende quello nella realtà (ivi, p. 59). 

E' proprio nell'ultimo Pasolini, quello di Scritti corsari, Lettere luterane e del romanzo incompiuto Petrolio, che emerge ancor di più il nesso tra le idee e il proprio vissuto. Scrive il saggista bolognese: "A causa della mia vita personale, della scelta che ho fatto sul modo di trascorrere i miei giorni e di impiegare la mia vitalità e i miei affetti, fin da ragazzo, ho tradito il modo di vita borghese (a cui ero predestinato). Ho trasgredito ogni norma e limite. Ciò mi ha fatto fare esperienza — un'esperienza concreta, reale e drammatica —dell'universo che si estende sconfinato, sotto il livello della cultura borghese. L'universo contadino (di cui fa parte il sottoproletariato urbano); e anche quello operaio […] che appartiene alla cultura popolare. Ho aggiunto, alla mia esperienza esistenziale, anche degli interessi specifici. Cioè linguistici, per esempio. Ma anche etnologici e antropologici. Non ne ho un'informazione scientifica; ma ne ho la conoscenza" (Scritti corsari, pp. 211-212).

Scritti corsari — superba raccolta di articoli dello scrittore pubblicati tra il 1973 e il 1975 sul Corriere della Sera, e ancora su Il Mondo, Rinascita, L'Europeo, Panorama — sono la constatazione amara della realtà italiana degli anni Settanta a cui Pasolini oppone comunque, nelle righe, il suo rifiuto. Il suo sguardo verso il mondo ha un che di religioso, non confessionale, inappagato; il suo definire le cose sempre "per ossimoro", per opposizione non dialettica, irrisolta, lo porta a vivere come "consumista" critico ed atipico, dovendo egli stesso scrivere, fare film, vestirsi. 



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