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LETTURE/ Padri e figli, la saggezza (pagana) "contro" l'infinito

Il mito antico ci ha lasciato due storie che hanno degli aspetti in comune: due ragazzi, due padri e il cielo. La prima è la storia di Fetonte, la seconda di Icaro. GIULIA REGOLIOSI

Henri Matisse, Icaro (1947) (Immagine dal web) Henri Matisse, Icaro (1947) (Immagine dal web)

Il mito antico ci ha lasciato due storie che hanno degli aspetti in comune: due ragazzi, due padri e il cielo. La prima è la storia di Fetonte, che conosciamo con varianti da diversi accenni e frammenti di opere, ma la narrazione più ampia a cui ci rifacciamo è quella del poeta delle Metamorfosi, Ovidio. 

Fetonte, "lo Splendente", cresce fra gli Etiopi, ma sua madre l'ha allevato dicendogli che è figlio del dio del sole, Elio/Febo. Come avviene spesso nei miti, è l'insulto di un compagno a mettere in dubbio la paternità e l'identità del ragazzo che, non bastandogli la rassicurazione materna, decide di andare in cerca del padre, a oriente dell'Etiopia dov'è vissuto. Il Sole lo accoglie con pieno affetto e gli promette un dono a sua scelta: tipico motivo mitico/fiabesco che si rivela quasi sempre improvvido. Felice per la certezza raggiunta ma come bisognoso di conferme su di sé e sul loro rapporto, Fetonte sceglie ciò che più contraddistingue il padre e lo può rendere per un giorno pari a lui: guidare il carro infuocato tirato dai cavalli alati. 

Ma il ragazzo è troppo giovane e non è un dio. Gli dice il padre: "Chiedi un dono grande, Fetonte, che non si addice alla tua forza e ad anni così giovanili. Il tuo destino è mortale, ciò che desideri non è mortale". Tuttavia il Sole ha giurato e deve mantenere la promessa, con molte raccomandazioni sulla rotta e sulla guida dei cavalli indocili; il figlio lo ascolta a malapena e salta sul carro pieno di gioia. Subito i cavalli sentono che il carro è più leggero e la guida inesperta: si sbrigliano e lasciano la via consueta nel cielo. Ovidio descrive la folle corsa della quadriga in balia di un ragazzo spaventato: "i cavalli vagano qua e là e, senza che nessuno li trattenga, vanno per luoghi ignoti dell'aria; dovunque li porti l'impeto si precipitano senza regola, urtano nella sommità del cielo le stelle fisse e ora salgono in alto, ora scendono a capofitto più vicini alla terra". 

E' la dea stessa della terra a chiedere aiuto a Giove davanti alla minaccia del carro infuocato, che distruggerebbe lei e l'operosità degli uomini: "Questa è la ricompensa che mi dai, questo l'onore per la fecondità e il lavoro, le ferite sopportate dall'aratro adunco e dai rastrelli, la fatica di tutto l'anno, il dono di foraggio e dolci alimenti al bestiame, di messi agli uomini, d'incenso agli dèi?". Giove l'ascolta e scaglia un fulmine sul carro, distruggendolo: i cavalli si liberano e Fetonte precipita coi capelli in fiamme, simile ad una stella cadente. La discesa mortale termina lontano dalla sua terra, nel fiume che sarà il Po; e le sorelle in pianto sono trasformate nei lunghi filari d'alberi della nostra pianura.