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GIORNALI/ Dall'Espresso a Repubblica, il "piano" di Scalfari per cambiare l'Italia

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Eugenio Scalfari al alvoro in via Po (Foto l'Espresso-Repubblica)  Eugenio Scalfari al alvoro in via Po (Foto l'Espresso-Repubblica)

Nacquero così i grandi reportage tra i bodoni (i caratteri aggraziati del tipografo parmense del '700, usati per titolare gli articoli di cultura e arte) e i bastoni (più rigidi e quindi più adatti alla cronaca e alla politica). Nell'editoriale del primo numero, uscito il 2 ottobre 1955, venne invocata l'indipendenza della testata dalla politica e dal proprietario, ispirandosi al modello di Time e dell'Economist, che utilizzavano un comitato di garanti con potere di nomina e revoca del direttore. 

Come al Mondo di Mario Pannunzio, con cui Benedetti e Scalfari si confrontavano quotidianamente, le grandi firme non mancarono e impreziosirono l'elenco dei collaboratori. Benedetti diresse con cura maniacale il suo settimanale che divenne presto un punto di riferimento per un pubblico di stampo laico, che guardava con interesse alle posizioni progressiste. Il suo giornale raggiunse le 120mila copie, un risultato che teneva in pareggio il bilancio. Ha fatto storia il formato lenzuolo con un apparato fotografico curato e regole di impaginazione che miravano al massimo equilibrio. 

Benedetti era un liberale, non conservatore e per l'amicizia con il conterraneo Pannunzio confluì nel gruppo che staccatosi dal Pli dette origine al Partito radicale dei liberali e dei democratici. Scalfari fu anch'egli tra i fondatori del partito, ma era anche uomo di mondo e si era ben inserito nella borghesia illuminata di stampo laico. Aveva tra l'alto sposato Simonetta De Benedetti, figlia di Giulio, direttore della Stampa dal 1948 al '68. Le conoscenze di quel giovane promettente erano variegate, tanto da entrare nel giro di Raffaele Mattioli, gran patron della Comit, di Ugo La Malfa, di Bruno Visentini, Leopoldo Pirelli e di grandi intellettuali come Strehler, Bo, Montale, Elena Croce. Il cosiddetto "salotto Comit" gli permise di crescere e l'ex fascista e monarchico divenne un liberale di sinistra a contatto con l'eredità dello scomparso Partito d'Azione. 

Benedetti rimase all'Espresso sino al 1963, anno in cui volle tornare alla sua prima vocazione, i romanzi, e così Scalfari, che nel frattempo aveva assieme a Caracciolo, cognato degli Agnelli, acquisito una quota della società, divenne il direttore. In quegli anni si legò con la corrente di sinistra del Partito radicale e da qui inizia il divorzio con Benedetti che sfocerà in una completa rottura nel 1967. Lo spirito aggressivo e ideologico della testata si intensificò e le grandi inchieste, soprattutto volte a scardinare i legami conservatori tra il potere politico e i ceti dirigenti della repubblica, anticiparono la fisionomia di un organo di stampa che conduce battaglie proprie, che propone temi da comunicare alla pubblica opinione. Insomma un soggetto attivo, che negli anni settanta, con la nascita di Repubblica, si concretizzerà nel progetto del giornale-partito. 



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