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GIORNALI/ Dall'Espresso a Repubblica, il "piano" di Scalfari per cambiare l'Italia

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Eugenio Scalfari al alvoro in via Po (Foto l'Espresso-Repubblica)  Eugenio Scalfari al alvoro in via Po (Foto l'Espresso-Repubblica)

Eugenio Scalfari si legherà sempre più al Psi e dopo una delle inchieste più memorabili, quella sul generale De Lorenzo e il Sifar, lascerà la stessa direzione per diventare deputato. Il '68 andò a braccetto con la cultura radicale e socialista del patron del settimanale, ma l'Espresso seppe comunicare alla borghesia progressista la possibilità di diventare soggetto egemone, una volta che i clerico-democristiani avessero perso posizioni. Insomma la laicizzazione andò a braccetto con la salvaguardia dei diritti civili e con il femminismo più radicale e l'antiautoritarismo fu trasformato in antifascismo militante, permettendo lentamente che le leve del potere passassero nelle mani di quel capitalismo democratico e illuminato non più legato a filo doppio alla Dc. 

Successivamente il piccolo settimanale, sotto la spinta della rivoluzione culturale degli anni 70, favorendo lo sdoganamento delle forze progressiste, secondo molti ebbe la funzione di legittimare definitivamente il Pci, che con la terza via di Berlinguer aveva inventato la versione europea, non sovietica, al socialismo occidentale. In questo tempo di avanguardia arrivarono anche i soldi, che all'Espresso non si erano mai visti. Nel 1973 Scalfari e Caracciolo imposero il formato magazine, che fece schizzare le vendite sino a 350mila copie con un miliardo di utile. Quei soldi e quelli degli anni successivi permisero al giornalista editore di costruire e lanciare Repubblica, il quotidiano che lui è Benedetti non erano riusciti a realizzare nel 1955.



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