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LETTURE/ Pasolini sfida ancora chi ci ruba l'anima

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Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (Immagine dal web)  Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (Immagine dal web)

Stai per chiudere i conti, e Pasolini affonda nell'origine del disastro umano: «i figli che nascono oggi non sono più aprioristicamente "benedetti"», tant'è che non se ne fanno quasi più (altrimenti come faremmo, noi adolescenti quarantenni, ad andare la sera al cinema?). Quelli che vengono al mondo crescono fin nel ventre materno con «il sentimento inconscio di essere "a carico" e "in più". Ciò non può che aumentare immensamente la loro ansia di normalità». Chi si sente amato fa quel che vuole, non ha bisogno di omologarsi, ma chi si sente di troppo non ha altro modo per tenersi a galla: e quanti studenti, la mattina in classe, si sentono desiderati? Un ragazzo, «se intuisce di non essere veramente desiderato, o, peggio, se intuisce di essere indesiderato, si ammala». È questa malattia la ragione per cui diventano «così tristi e infelici»: chi non è voluto diventa triste; e chi è triste diventa cattivo. Infatti «i casi estremi di criminalità derivano da un ambiente criminaloide di massa». Perciò, anziché scandalizzarsi dei casi estremi, serve guardare in faccia l'ambiente che è complice di questo sentirsi «in più»: si chiama scuola, si chiama televisione. Due proposte precise contro la criminalità: «1. Abolire immediatamente la scuola media d'obbligo. 2. Abolire immediatamente la televisione»

Più che agitarsi, si tratterà di educare: «educare, sarà questo forse il più alto — ed umile — compito affidato alla nostra generazione». Educare la «generazione sfortunata», che venendo al mondo ha trovato «chi rideva della tradizione», e che perciò non si è mai commossa per un battistero o per un'ottava del Cinquecento: «forse non saprai neanche riandare / a ciò che non avendo avuto non hai neanche perduto»; educare questi uomini «convinti di essere sazi di tutto ciò che la nuova società offre loro», questi ragazzi che «si vergognano della luce dei loro occhi», mirando come a una conquista al cinismo stampato negli occhi dei più scaltri. 

Educare a cosa? A «non temere di essere ridicolo: non rinunciare a niente»; a non aver paura di quel «qualcosa di buio in cui si fa luminosa / la vita: un pianto interno, una nostalgia / gonfia di asciutte, pure lacrime»; a non aver paura di riconoscere che «manca sempre qualcosa»; a non lasciar marcire nelle «buie viscere» quel «represso gemito / di cui non si sa, di cui non si dice». Basterà? Sembra un puntino impalpabile nel mare magnum del potere che ci omologa, eppure l'unico vero argine al diventare come tutti è lo splendere di un io che non reprime i suoi gemiti, che sa ancora piangere, che non ha più paura «di avere un cuore».

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