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IL CASO/ Ferrara, Blair, la guerra in Iraq: la fine di un'epoca

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Tony Blair (Infophoto)  Tony Blair (Infophoto)

Giuliano Ferrara è una persona intelligente. In certi momenti sa essere uno spirito libero, arguto, un critico fuori del comune. Questo finché non si toccano le fondamenta di una visione neocon, occidentalista, legata al modello liberale dei conservatori americani. Allora la sua realpolitik, diversa da quella più disincantata di Sergio Romano che si fonda sul classico equilibrio tra le potenze, si ferma. Questo velo ad una intelligenza, per altri versi lucidissima, è palese nell'articolo di ieri sul Foglio che ha come titolo "Sulle scuse pelose di Blair".

L'ex direttore non riesce a trattenere un forte risentimento verso l'ex primo ministro britannico. Il motivo è chiaro. Pochi giorni fa Tony Blair, intervistato dalla Cnn, ha chiesto scusa per gli errori compiuti nella guerra in Iraq che portò all'abbattimento del regime di Saddam Hussein. «Mi scuso — ha detto — perché il rapporto dei servizi segreti (sulla presenza in Iraq di armi di distruzioni di massa, ndr) era sbagliato. Mi scuso anche per alcuni errori nella pianificazione dell'intervento militare; soprattutto chiedo scusa per la sottovalutazione di quelle che sarebbero potute essere le conseguenze una volta rimosso il regime». In una passaggio dell'intervista Blair spiega anche che la guerra in Iraq potrebbe essere in parte responsabile della nascita dell'Isis: «Anche se non si può dire che chi ha rimosso Saddam nel 2003 sia responsabile della situazione del 2015». 

Si tratta di affermazioni che, provenendo dal principale alleato di George Bush nella guerra irachena, costituiscono una vera e propria bomba. Esse delegittimano l'ideologia neocon che giustificò allora la guerra dell'Occidente "cristiano-democratico" contro la dittatura di Saddam. Un'ideologia, va detto, che è trasversale alla destra e alla sinistra come dimostra l'articolo di Antonio Polito "L'Occidente si pente troppo" sul Corriere della Sera di ieri. Il motivo saliente — lo ricordiamo — fu l'esportazione della democrazia in Medio Oriente nella convinzione, tipicamente liberal, che fosse sufficiente modificare la forma dello Stato perché i popoli diventassero liberi. Una persuasione fallimentare destinata ad essere tragicamente smentita dagli eventi. 

Comunque sia, le confessioni di Blair, disinteressate o meno, obbligano anche i più recalcitranti ad un bilancio critico dell'ultimo quindicennio: quello aperto dall'abbattimento delle Torri gemelle l'11 settembre 2001 a New York. Da allora siamo entrati in un'era "religiosa", caratterizzata da una religiosità manichea, guerriera, la stessa che ha sembrato trionfare, al presente, con le teste mozzate dei fanatici dell'Isis. Di questo periodo di fuoco, in cui il Dio degli eserciti si rovescia nel predominio delle forze demoniache, la guerra in Iraq ha costituito, dopo la tragedia dell'11 settembre, il vero inizio. Il suo fallimento, spiega ora Blair, è la causa remota dell'espansione dell'Isis. 

Riconoscere questo rappresenterebbe per Ferrara, però, una confessione troppo dura. Il suo giornale, insieme con gran parte della stampa nazionale, ha cavalcato fino in fondo l'onda guerriera dell'Occidente democratico in lotta per portare la luce ai popoli oppressi. Riconoscere l'errore è come dire di aver sbagliato tutto, mandare al macero anni di editoriali, articoli, interviste. Un pezzo, importante, della propria vita, intellettuale e professionale. 



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