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LETTURE/ Rischiamo (quasi) tutti di finire a Processo

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Viene da chiedersi che forme avrebbe il signor K. oggi, svegliato dalle guardie. Chi sarebbero le sue guardie, soprattutto, quale sarebbe il suo labirinto. La permanente attualità di Kafka è che il processo e la giurisdizione, soprattutto in Paesi come l'Italia, non sono riusciti ad evolversi per migliorare la vita delle persone. Hanno per certi aspetti aumentato la divaricazione tra la giustizia sostanziale (rappresentata dall'irripetibilità degli interessi esistenziali del singolo) e quella formale, ridotta ad equazione amministrativa. Che risponde a logiche che nulla di logico hanno, tranne il coerentissimo inserirsi in una forma di ingiustizia positivizzata. 

Probabilmente, però, altri "codici", ancor più di quelli giudiziari, hanno preso o stanno prendendosi il ruolo di totalizzare la vita. Sicché il peccato originale, più che usare lenti da "positivista qualunque" per affrontare un apparato, oggi sembra essere quello di negare che la possibilità di una pratica (qualunque pratica: dalla genetica all'affettività, dalle politiche di bilancio al trattamento dei migranti) implichi la sua piena conformità al sistema. 

Come trovare il "processo" dei nostri tempi, il male incurabile con cui tutti temono un giorno o l'altro di dovere convivere? Grazie ad autori come Kafka siamo riusciti a decodificare queste paure. Cos'è oggi il pericolo diffuso, ma di cui ancora non afferriamo appieno l'essenza? Vedendo il contesto attuale, esso ci sembra la manipolabilità a piacimento dell'essere umano. Di cui il processo, alla fine, è un segmento: il più velenoso, forse, ancora oggi, ma uno tra molti. 

Il signor K. potrebbe essere un esodato (sicché è ancora a tutti incomprensibile come ci si possa trovare nella condizione di essere "esodati"), un migrante "smistato" (termine ben noto ai burocrati europei, quasi quanto agli spedizionieri) in "corridoi" formali-legali senza alcuna garanzia sostanziale, un uomo sgomento per il sapere che qualcuno potrà legiferare su come e quando riprodursi, o su come e quando estinguersi. E che dire delle suadenti retoriche ecologiste, che sviliscono il vero impegno per migliori condizioni di vita? La cura ambientale rivendicata troppo spesso a parole, e disattesa nei fatti, è più opaca delle cangianti aule di tribunale dove K. vede i luoghi trasformarsi volta per volta. 

Certi paladini dell'ecologismo manierato, ad esempio, che si sono disegnati un'enciclica del Papa su misura (ripetendone come mantra solo gli aspetti più graditi e obliando o misconoscendo tutti gli altri) sono davvero così diversi dagli zelanti cancellieri, funzionari, segretari kafkiani, vari e veri "mestieranti" di un formalismo inesistente? Agiscono dietro un mandato che impongono e presuppongono come imperativo. Ma è sempre indecifrabile e oscura la fonte che li delega.



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