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LETTURE/ Rendere carne le parole: in memoria di Fabrizio Frasnedi

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Fabrizio Frasnedi (1944-2015) (Immagine dal web)  Fabrizio Frasnedi (1944-2015) (Immagine dal web)

Ricordo ancora come una magia la fine del corso sul melodramma, in cui ci fece leggere il Testori più tragico. Ci fece uscire dall'aula al 32 di via Zamboni, girare l'angolo fino a via delle Belle Arti e arrampicarci per i gradini del Centro di poesia contemporanea dell'università, che negli anni estremi del Novecento era uno dei pochi posti in cui trovare un pc con delle casse, ci fece sedere dove capitava e poi mise su Puccini. "Un bel dì vedremo". Il corso si chiuse così, sul grido meraviglioso e struggente di Madame Butterfly. Era il suo augurio finale, credo, di scovare la bellezza anche nella tragedia.

Vere presenze, chiamava i testi a lui più cari. E infatti l'omonimo libro di George Steiner era un testo fisso nella lista dei libri d'esame. Proprio questo, i testi ci chiamavano a un incontro, una lotta con l'amico o col nemico mortale — ogni lezione, ogni lettura era la notte della battaglia con l'angelo. Lui lo capiva dal sangue, se un libro era buono o no. E poi lo smontava pezzo a pezzo, ci squadernava davanti agli occhi il segreto della magia degli autori più vari, facendoci respirare, dove tutti gli altri volevano confinarci, una grande libertà. In quegli anni Testori viveva una damnatio memoriae che solo lui, a Bologna, spezzava. Fu lui a dirci che, nel teatro che era stato di Leo de Berardinis, Sandro Lombardi avrebbe messo in scena (in un clima quasi clandestino) i Due Lai, una Cleopatràs e una Mater Strangosciàs vertiginose, sublimi, in cui l'arte sacra e la musica dei Queen creavano un tale vortice che le parole sembravano essere delle piccole bombecarta lanciate al pubblico. La presenza di Lombardi rendeva carne le parole di Testori, di cui Frasnedi ci indicò un piccolo preziosissimo saggio incendiario del 1968, poi ripubblicato a cura di Gilberto Santini, intitolato Nel ventre del teatro, che finiva così: "Il faut tenter de vivre: il teatro è un tentativo da fare giusto per le stesse incalcolabili ragioni. Che la risposta non venga non autorizza a non tentare la domanda".

Non capii mai perché del programma d'esame facesse parte anche Nel territorio del diavolo di Flannery O'Connor, accanto alla Voix Humaine di Cocteau o al Funambolo di Genet, ma questo fu parte della gratitudine che da allora in poi ha caratterizzato i nostri incontri anche fuori dall'ambito accademico. Come quella sera in cui andammo a vedere la maratona dei Pasolini di Latella a Parma e lui si rammaricò di essere stato riservato abbastanza al punto da non venire alla mia festa di nozze (aveva però mandato un telegramma laconico ed affettuoso, la mattina stessa, che arrivò a casa dei miei in contemporanea alle orchidee bianche dei vicini, un dettaglio che gli era piaciuto).



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COMMENTI
01/11/2015 - Rendere carne con parole (Francesco Di Giorgio)

Ti ringrazio per questo articolo. Io sono ancora studente all'università, e in tutto il mio percorso di studi, anche per me, è stato il solo maestro. Mi dispiace non averlo conosciuto di più, ho sempre avuto l'impressione che fosse una di quelle persone che ti capita di incontrare poche volte, in tutto il tempo di una vita. Lo voglio ricordare con un brano che ci ha letto. "Inattesa, come per conto suo, la lagrima gli sgocciolava sul ciglio come lo stillare di un lontano pianto, segreto anche a lui [...] Però queste non erano lagrime di pianto, il vecchio pareva non le sentisse nemmeno e non se le asciugava. Erano lagrime d'occhi, lagrime che si lagrimavano da sole."