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LETTURE/ Rendere carne le parole: in memoria di Fabrizio Frasnedi

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Fabrizio Frasnedi (1944-2015) (Immagine dal web)  Fabrizio Frasnedi (1944-2015) (Immagine dal web)

In un tempo in cui i professori erano ancora avvolti di un'aura di intoccabilità, per cui più ci si teneva a distanza dagli studenti, più si era rispettati dai colleghi, lui accettò di fare da tutor a una scalcagnata associazione universitaria che era la veste ufficiale della Compagnia degli Scalpellini, un gruppo teatrale di ricerca che, sotto la direzione del regista Franco Palmieri, avrebbe, in dieci anni, coinvolto oltre cento studenti che volevano mettere la mano vicino al fuoco del teatro. Perché sotto la nostra disorganizzazione aveva intuito battere lo stesso principio del "giardino di gridi". C'è qualcosa che grida dentro l'essere umano, qualcosa di cui la sua voce è prova. Ma dev'essere una voce che ha un corpo. Per questo diffidava dei poeti contemporanei: diceva di avvertire una sorta di contraffazione nascosta, che faceva fatica a smascherare. 

I corsi di Didattica dell'italiano erano spesso, dunque, altro: erano corsi di sopravvivenza alla morte della letteratura. Niente era bandito, purché avesse anche solo un'eco di verità. Ricordo una volta in cui a lezione si parlò della Chiesa, di cui lui era un forte contestatore in quanto luogo di potere inumano, e l'aria si surriscaldò moltissimo, perché in quanto intollerante a qualsiasi ingiustizia si scagliava contro un luogo che riteneva non accogliente per l'umanità dolente di cui era piena la letteratura da lui amata senza riserva, e una studentessa troppo timida per rispondergli a tono in classe gli scrisse una lettera in cui gli diceva quanto il tono che lui usava le avesse fatto male (perché era uno che quando si accendeva faceva tremare le vene nei polsi). Alla lezione successiva, con un tono pacato e quegli occhi profondissimi e feriti che erano, con la voce fatta mansueta, chiese sommessamente scusa se aveva urtato qualcuno per troppa foga, pur ribadendo le sue posizioni. 

Rivedendo quella faccia davanti agli occhi, risento le parole di Pasolini: chi ti ha educato non può averlo fatto che col suo essere, e non con il suo parlare. Non sempre il suo parlare mi ha trovato d'accordo, ma quanto era drastico nel suo prendere posizione, tanto era rispettoso, nel senso profondo del termine, del pensiero dell'altro, non avendo paura di ammettere anche quando si era sbagliato. Sì, carissimo professore, è stato il suo essere, e non il suo meraviglioso parlare, che ci ha fatti incamminare sul sentiero delle parole che incarnano la vita, così come il teatro, per lei, rendeva carne le parole. Di questo le saremo grati per sempre, e non la perderemo mai più, non perderemo più la vera presenza di sé che ha saputo donare a tutti i suoi studenti.

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COMMENTI
01/11/2015 - Rendere carne con parole (Francesco Di Giorgio)

Ti ringrazio per questo articolo. Io sono ancora studente all'università, e in tutto il mio percorso di studi, anche per me, è stato il solo maestro. Mi dispiace non averlo conosciuto di più, ho sempre avuto l'impressione che fosse una di quelle persone che ti capita di incontrare poche volte, in tutto il tempo di una vita. Lo voglio ricordare con un brano che ci ha letto. "Inattesa, come per conto suo, la lagrima gli sgocciolava sul ciglio come lo stillare di un lontano pianto, segreto anche a lui [...] Però queste non erano lagrime di pianto, il vecchio pareva non le sentisse nemmeno e non se le asciugava. Erano lagrime d'occhi, lagrime che si lagrimavano da sole."