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LETTURE/ Rendere carne le parole: in memoria di Fabrizio Frasnedi

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Fabrizio Frasnedi (1944-2015) (Immagine dal web)  Fabrizio Frasnedi (1944-2015) (Immagine dal web)

Quando ho saputo della sua morte, avvenuta il 25 ottobre, ho pensato che se ne era andato un uomo libero, e in lotta. Di certo l'unico maestro che ho conosciuto tra i corridoi dell'Alma Mater, molto amato dai suoi studenti, nonostante il suo carattere forte, che l'aveva in gioventù portato dal Brasile, attraverso la teologia della liberazione, alla contestazione accesa e militante dei gruppi di base che facevano cultura in Italia sul finire degli anni settanta.

Così era Fabrizio Frasnedi: uno che non si risparmiava. Lo si sentiva già dalla voce, arrochita da innumerevoli sigarette che, da quando il fumo fu bandito dall'ateneo, sostituiva a lezione con innumerevoli caramelle zuccherine. Chi entrava in quell'aula immaginando di seguire un corso di Didattica dell'italiano si trovava immerso in una fucina di riflessioni sulla letteratura, dalla quale era impossibile uscire immutati. Ricordo ancora la mattina in cui entrò con le fotocopie formato A3 della paginona uscita su Il giornale (testata da lui non certo adorata) che annunciava la nascita di un gruppo di "Giovani scrittori cannibali" (i vari Lucarelli, Ammanniti, Santacroce, Scarpa e compagnia bella), oppure quando parlava di un giovane scrittore di talento, suo ex allievo, Guido Conti, che sarebbe diventato uno scrittore di scuderia Mondadori e biografo di Giovannino Guareschi. Per chi partecipava alle sue lezioni, finissime e sanguigne al contempo, ogni mattina era un'avventura. Raccomandava sempre di leggere anche ai bambini (che ci sembravano allora un oggetto lontanissimo da conquistare a suon di belle parole) dei testi di autori per adulti, non depurati, "perché altrimenti dove faranno esperienza di una lingua, complessa come dev'essere? Nei testi 'semplificati' perché li riteniamo esseri meno pensanti di noi, che invece siamo 'grandi'?". Raccomandava anche di aumentare, come cortesia al lettore, le virgole: "sempre meglio una virgola in più, che una in meno. Ma non tra soggetto e predicato, ovviamente. E finiamola con questi punti esclamativi…".

Mentre tutti gli altri professori giravano per i corridoi con la saggistica universitaria più bieca e svariata, lui arrivava con l'Ambleto originale di Testori della Rizzoli sotto il braccio, indicandoci le bancarelle della zona dove poterne acquistare copie ormai fuori commercio a un prezzo accessibile alle nostre tasche di studenti universitari. Testori era uno dei suoi amori più totalizzanti, insieme col melodramma, di cui era un raffinato cultore. 

Io, che non capivo che mai potesse accomunarli, lo capii quando un giorno, a lezione, ci disse: vedete? La grande opera italiana, in fondo, non è che questo: un giardino di gridi. Queste parole mi si piantarono in profondità, perché dicevano molto della sua vita, non sempre facile (neppure accademicamente parlando, vista la sua indisponibilità totale al compromesso di qualunque natura, cui si ribellava anche con veemenza). Ma dicevano molto anche della nostra, di ragazzi confusamente attratti da quelle parole che lui sapeva riempire di verità che ci squadernava davanti agli occhi, come se avesse trovato una chiave segreta. 



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COMMENTI
01/11/2015 - Rendere carne con parole (Francesco Di Giorgio)

Ti ringrazio per questo articolo. Io sono ancora studente all'università, e in tutto il mio percorso di studi, anche per me, è stato il solo maestro. Mi dispiace non averlo conosciuto di più, ho sempre avuto l'impressione che fosse una di quelle persone che ti capita di incontrare poche volte, in tutto il tempo di una vita. Lo voglio ricordare con un brano che ci ha letto. "Inattesa, come per conto suo, la lagrima gli sgocciolava sul ciglio come lo stillare di un lontano pianto, segreto anche a lui [...] Però queste non erano lagrime di pianto, il vecchio pareva non le sentisse nemmeno e non se le asciugava. Erano lagrime d'occhi, lagrime che si lagrimavano da sole."