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LETTURE/ La fede di Ioan Ploscaru e il rifiuto di tradire il papa per lo Stato

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E'impressionante veder realizzata nella vita di Ploscaru un'esperienza completamente opposta a quella che i suoi aguzzini avevano preparato per lui: non una sconfitta ma una vittoria, non la distruzione ma la rinascita, non l'oblio ma la testimonianza. E, soprattutto, non il rancore ma la speranza. Essa domina nel testo come un fil rouge prepotente: una speranza divina eppure tutta umana, candida, ineffabile, una speranza incorrotta eppure impastata nel sangue della sofferenza, della paura, del dolore. Non si tratta di eroismo. In più occasioni, nel testo, compaiono esempi di chi ha ceduto, di chi è passato all'ortodossia onde evitare, per sé e i propri cari, ripercussioni troppo gravi da sopportare. Ed è forse proprio la costante presenza di antieroi a dare un significato augusto alla sua stessa testimonianza. Troppo semplice, avendola scampata, sarebbe stato il contrario. Nulla di tutto ciò, invece. 

Non la sua forza a dargli coraggio, ma il suo coraggio, la sua fede, a dargli la forza. Ploscaru non smette un istante, in ogni modo, di ribadirlo. E' evidente dalla lettura che questo è l'intento precipuo del libro. Nel finale, prima della scarcerazione — cui seguì, è bene ricordarlo, un periodo di sorveglianza e pedinamento durato ininterrottamente fino al 1989 — racconta il periodo in cella di isolamento cui venne sottoposto per non aver rivolto il saluto a un maresciallo, all'occorrenza opportunamente nascostosi dietro un angolo. Ne descrive le privazioni fin nel dettaglio, ribattezzando scherzosamente «la nera» la cella che lo aveva ospitato: "là, buio — ci dice — il cibo veniva dato una volta ogni tre giorni (…). Il sonno sul duro, dal momento in cui venivano spente le luci, non mi sembrava così difficile, (…) più difficile da sopportare era il freddo, perché non avevo nulla da mettere sulla testa. Provai con la gavetta e con le scarpe, ma non erano oggetti abbastanza stabili; inoltre non potevo privarmi delle seconde e dormire scalzo, a causa del freddo". Eppure, continua, ed è la sostanza del suo diario – "a prescindere dalle privazioni cui fui sottoposto nella «nera», quei cinque giorni furono per la mia anima di grande consolazione. Rievocando la passione e la morte del nostro Salvatore Gesù Cristo, le mie sofferenze erano infime. Rimasi sempre in meditazione e in preghiera. «Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Rm 8, 35), domandava il santo apostolo Paolo". Per poi concludere: "mi venivano in mente frammenti di versi: Non hanno i nemici, Signore, tanto ferro, le loro catene sono poche per uccidere la nostra nostalgia di cielo, per incarcerare l'amore per Te…" (pag. 419-420). «La nostalgia di cielo», ecco cosa resta delle persecuzioni cristiane nell'Europa dell'Est. «La nostalgia di cielo», ecco cosa resta dell'impatto con l'esperienza di Ploscaru.



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