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LETTURE/ Florenskij e la "fatica" di servire l'eterno

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Un laico, un ateo, un diversamente credente, potrebbero leggere Florenskij con la stessa dedizione di un ortodosso russo: non per trovare una cronistoria affettiva della dimensione liberante del rito, ma per comprendere al nocciolo cosa debba interessare della religione all'uomo e dell'uomo alla religione. Dio e persona. Dignità e splendore. Introspezione e relazione: sfere inscindibili che stanno dentro l'endiadi "bellezza e liturgia". La liturgia che cementa le prassi, dà loro una veste ad un tempo formale e all'altro sostanziale: formale perché fissata in regole, sostanziale perché destinata a rivivere nel significato perenne che il popolo rinnova con l'uso. E la bellezza, quell'ideale gioioso, non di metafisica contemplazione (ma nemmeno di invadenza e moralismo, di controllo e coazione, di superiorità e falsa coscienza), che porta la serenità, la composizione nel conflitto, il ristoro nel dolore. Il respiro nella tormenta. 

Con le parole dello stesso Florenskij, "gli uomini tendono sempre a costruirsi idoli per sbarazzarsi della fatica di servire l'eterno e per consacrarsi passivamente alla semplice datità" (p. 46). Anche perché "così come chi è seduto su un declivio scivola giù a ogni movimento, anche in questo caso la sequenza è ovvia: cacciare Dio, sbarazzarsi di Lui per essere se stessi" (p. 85). Per ovviare al cortocircuito tornare all'originalità ontologica del cristianesimo è una pratica giovevole, contemporaneamente riflessiva e comune, che poggia la credenza sul piano di un'antropologia ancora più ampia, alla fine della quale il rapporto con Dio torna centrale. "Il cristianesimo è cristallizzazione di quanto c'è di più umano, dell'umanità nella sua forma più pura. E perché l'umanità possa rivelarsi, Dio dovrà incarnarsi nell'uomo" (p. 85). Uno scambio, un rapporto, un "essere con" per "essere in" che ai vincoli del settarismo ha la forza di anteporre la libertà della coscienza. 



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