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RATZINGER/ E quel cristianesimo che nessuno prende più sul serio

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Joseph Ratzinger (Immagine dal web)  Joseph Ratzinger (Immagine dal web)

Risulta evidente come la preoccupazione espressa nel 1968 in Introduzione al cristianesimo riemerga nei documenti sopra citati del pontificato di Benedetto XVI, rispetto a certe forme di comunicazione della fede che oggi appaiono così strane da non essere prese in considerazione, o addirittura — per parafrasare l'apologo citato da Ratzinger — da suscitare risate. Anche Papa Francesco nella Evangelii gaudium tenta di definire l'omelia, dicendo che «non può essere uno spettacolo di intrattenimento, non risponde alla logica delle risorse mediatiche»; non troppo lunga: «deve essere breve ed evitare di sembrare una conferenza o una lezione»; non avere toni eccessivamente moralizzanti: «La predicazione puramente moralista o indottrinante, ed anche quella che si trasforma in una lezione di esegesi, riducono questa comunicazione tra i cuori»; a riguardo dei contenuti «non si tratta di verità astratte o di freddi sillogismi»; ne deriva pertanto un'immagine di collegamento tra le Scritture o i testi liturgici e la vita concreta di chi partecipa alla celebrazione.

Senza entrare ulteriormente nel merito di tali documenti, appare chiaro come le parole di Joseph Ratzinger scritte già nel 1968 richiamino l'esigenza che la comunicazione della fede parta da una pertinenza al vero bisogno dell'uomo, e tale pertinenza si mostra e si riscontra in un'esperienza viva, non in una teoria paragonabile a tante altre e indifferentemente assumibile.



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COMMENTI
11/11/2015 - non appena clown - 2 (Daniele Salanitro)

Benedetto XVI, Udienza di Mercoledì 14/04/2010 afferma: “Il sacerdote non insegna proprie idee, una filosofia che lui stesso ha inventato, ha trovato o che gli piace; il sacerdote non parla da sé, non parla per sé, per crearsi forse ammiratori o un proprio partito; non dice cose proprie, proprie invenzioni, ma, nella confusione di tutte le filosofie, il sacerdote insegna in nome di Cristo presente, propone la verità che è Cristo stesso, la sua parola, il suo modo di vivere e di andare avanti. Per il sacerdote vale quanto Cristo ha detto di se stesso: “La mia dottrina non è mia” (Gv, 7, 16); Cristo, cioè, non propone se stesso, ma, da Figlio, è la voce, la parola del Padre. Anche il sacerdote deve sempre dire e agire così: “la mia dottrina non è mia, non propago le mie idee o quanto mi piace, ma sono bocca e cuore di Cristo e rendo presente questa unica e comune dottrina, che ha creato la Chiesa universale e che crea vita eterna”. Non esiste dualismo tra fede e testimonianza, tra fede ed “etica”. L’apologo ci mostra la possibilità di condividere gioie e dolori, soffrendo e ridendo con chi è il nostro prossimo, certi del bene ultimo (e di tutto ciò che ne discende come implicazione temporale). Una vita cambiata, umanamente cambiata, pur negli stessi limiti e contraddizioni di tutti; cioè la pertinenza della fede alle esigenze più profonde del cuore umano, come, senza pretendere di fondare nulla, ha mostrato per tutta la vita il nostro amico e padre don Luigi Giussani.

 
11/11/2015 - non appena clown - 1 (Daniele Salanitro)

Il testo è più lungo di quello citato nell’articolo e per comprendere il ragionamento è opportuna e necessaria una lettura integrale. Oggetto del ragionamento non è tanto la credibilità del cristianesimo o dei suoi testimoni in relazione alla modalità di comunicazione adottata, che sembra l’unico livello di lettura del testo ma, evidentemente è solo quello più superficiale. Per ragioni di spazio non posso allegare il testo reperibile comunque su diversi link (ad es.: http://papabenedettoxvitesti.blogspot.it/2009/07/il-teologo-ratzinger-il-credente-come.html) di quanto scritto dall’allora card. Ratzinger. Evidenzio i seguenti passaggi: - il credente non è soltanto l’uomo mascherato cui sia sufficiente un cambio d’abito per apparire credibile; - il credente condivide con tutti gli uomini incertezze e dubbi, innanzitutto circa il destino ultimo; ma tale dubbio, se lealmente assunto è un’opportunità per sé e per il mondo; - sostiene la visione cristiana della vita umana e la dichiara ragionevole e condivisibile anche da molti che cristiani non sono; - testimonia che, partendo da esigenze fondamentali presenti in ciascun uomo e che semplicemente possiamo chiamare senso religioso, condivide l’avventura della vita con chiunque, anche nel naufragio; - perfino il dubbio rappresenta una possibilità di apertura alla fede, tanto che la libertà del rifiuto può costituire la prova ultima della “irrefutabilità della fede” (segue)