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LETTURE/ Eugenio Corti a Moncalieri, la "profezia" di uno scrittore

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Eugenio Corti (1921-2014) (Immagine dal web)  Eugenio Corti (1921-2014) (Immagine dal web)

L'archivio di Eugenio Corti è una miniera. C'è la sterminata corrispondenza con i lettori, la prima versione del Cavallo rosso, scritta a matita con grafia limpida e sottile, nonché le riflessioni di ordine filosofico o le lettere con personaggi come Benedetto Croce o Augusto del Noce. Presto questo materiale sarà consegnato dalla moglie Vanda alla Biblioteca Ambrosiana perché venga custodito accanto alle carte dei Borromeo o a curiosi cimeli come i guanti di Napoleone a Waterloo o la ciocca di capelli di Lucrezia Borgia. Tra le carte in catalogazione ci sono le preziose lettere che Corti scrisse ai famigliari durante il servizio militare: da Piacenza, da Gragnano Trebbiense, da Moncalieri, da Cremona, e, infine, da Clusone e Rovetta sulle alture bergamasche. 

Per la sua formazione sono particolarmente interessanti le missive che Corti indirizzò ai genitori dal settembre '41 al febbraio '42 durante il periodo di addestramento piemontese. Nel castello di Moncalieri si trovava infatti la Scuola ufficiali d'artiglieria d'Armata, l'arma che lo avrebbe visto protagonista durante la Campagna di Russia.

È un Corti felicemente insolito quello che emerge dalla corrispondenza. Senza le certezze dello scrittore "maturo" e ancora non del tutto a proprio agio in grigioverde. A tal punto che chiese al padre di aiutarlo a trovare un'altra destinazione. Era intimorito dal ritmo "durissimo" di vita, dal doversi cimentare con "cannoni pesanti" di cui non conosceva il funzionamento e soprattutto dalla quantità di matematica che avrebbe dovuto affrontare (lui studente di legge e con poca dimestichezza con goniometri e affini). La prima lettera dalla cittadina piemontese è vivacissima: "Qui tutto si fa di corsa: ci si veste di corsa, ci si lava di corsa, si va a scuola di corsa, si mangia di corsa e quando suona la tromba, se non si è finito, si pianta lì il piatto a metà e si corre in cortile a passeggiare 'quasi di corsa'". Lo scoraggiamento durò poco. Corti si pentì di quanto scritto al padre e riprese la penna il giorno successivo. Vedeva nella difficoltà una prova imposta dalla Provvidenza e come tale voleva portarla a termine: "Non vorrei che la lettera spedita ieri vi abbia male impressionato: chiedevo in essa al papà di farmi cambiar scuola. Mi accorgo che sbagliavo: anzitutto perché ho visto nel programma stampato che non è possibile, e poi perché mi trovo dove mi trovo e nessun ostacolo deve spaventarmi. Certo è che son capitato, fra tutti i Corsi per Ufficiali d'esercito, proprio in quello in cui gli studi sono più estesi e più matematici. Ma confido nella Provvidenza" (Lettera ai genitori del 6-9-1941). 



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