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LETTURE/ "Frankenstein", quanto è forte la nostalgia di Dio

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Mary Shelley nel ritratto di Richard Rothwell (1840) (Immagine dal web)  Mary Shelley nel ritratto di Richard Rothwell (1840) (Immagine dal web)

Quasi duecento anni, fa, in una villa tra le montagne svizzere, la mente di una diciannovenne inglese partorì il mostro più famoso della narrativa mondiale. Doveva essere una gara tra amici a chi scriveva il più bel racconto di fantasmi; il Frankenstein, di fatto, è molto di più e con i fantasmi c'entra ben poco. Altro che romanzo gotico. Non ha interesse per il medioevo, tantomeno quello di maniera, tutto misteri e superstizioni, immaginato dai preromantici. Frutto maturo dell'illuminismo, con la sua esplorazione delle possibilità della scienza, è al tempo stesso una sintesi dell'impeto romantico, con il suo titanismo, le sue passioni, la sua esaltazione del genio e del sublime. E, sottostante tutto ciò, l'anatomia del dolore. È un coacervo di temi, un insieme organico e complesso che offre una lettura appassionante a ogni sorta di lettore, dall'amante dell'horror al cultore di fantascienza e a quello del romanzo distopico, dal cultore di teorie politiche all'indagatore dell'animo umano, al moralista, al filosofo. 

Ci ricorda tutto ciò il nuovo saggio di Paolo Gulisano e Annunziata Antonazzo, Il destino di Frankenstein (Ancora). In copertina troviamo una rivisitazione delle due mani michelangiolesche di Dio e di Adamo. Al posto di Dio, una mano umana; al posto dell'uomo, un robot fatto di metallo e sangue. Sullo sfondo, un cielo cupo solcato da un fulmine, al tempo stesso strumento mitico di un dio castigatore ed energia elettrica, potenza vitale. 

Gli autori presentano il classico di Mary Shelley nella sua complessità, dalle risonanze mitiche e titaniche del sottotitolo (il moderno Prometeo) agli ammonimenti profetici contro la pretesa umana di imitare il Dio creatore. Ripercorrono inoltre le vite burrascose dell'autrice e del suo compagno (poi marito), il poeta romantico Shelley, che si intrecciano con quelle di altri giovani inquieti, figli di un'epoca inquieta. Tracciano poi il terreno di coltura del romanzo nel clima ancora illuministico di fine Settecento: nell'interesse per la scienza e per il galvanismo, nel socialismo utopistico, nella passione per i progetti per un mondo migliore, nelle dottrine di Rousseau sulla bontà naturale dell'uomo e sulla sua successiva corruzione ad opera della società.

Frankenstein, ci ricordano con forza, è un sogno che diventa incubo, un'utopia che si fa tragedia, un anelito di vita che produce solo morte e distruzione. Il sogno della ragione genera mostri: il celebre aforisma di Goya non è mai parso più letteralmente vero. Victor Frankenstein è un medico, ma l'obiettivo della sua vita non è tanto il prendersi cura degli uomini bensì manipolare la natura, "inseguirla nei suoi nascondigli", forzarla, sconfiggerla, abolendo i confini tra la vita e la morte. 



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