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VERSO IL GIUBILEO / La misericordia di Papa Francesco? "Il Ladrone e la Maddalena nel carcere di Padova"

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Mons. Claudio Cipolla (D) con don Marco Pozza (Immagine d'archivio)  Mons. Claudio Cipolla (D) con don Marco Pozza (Immagine d'archivio)

Uomini come Alfredo – una storia di delinquenza e di batticuore – hanno visto tutto nella vita: si sono permessi di veder tutto nella vita. Che uomini come loro dicano "ne vedremo delle belle" sarebbe altamente preoccupante se non fossimo nelle prossimità di Dio. La sua espressione, dunque, racconta che pur dentro la menzogna più cupa, loro a Dio sanno ancora riservare la capacità di sorprendere il mondo. Loro, uomini d'armi e di battaglie, a Dio riservano l'appellativo più bello: Dio-imprevedibile, non scontato, Dio-misericordioso. Qui dentro ci stanno pecore perdute che hanno scelto d'abbandonare il recinto. Sentirsi cercati da Dio è allarmante: desta il sospetto che a Dio queste persone manchino molto più di quanto Dio manchi a loro. Sapere che senza di loro Dio non è felice, li fa balzare un giorno dal torpore e dire: "Qualcuno mi ama così, rotto come sono. Ce gusto c'è cercare di fregarlo?" E' delinquenzialmente provato, da queste parti, che dall'amore è impossibile fuggire. Anche queste sono storie d'amore con Dio: dissacranti e profonde, certamente mai scontate o prevedibili.

 

In carcere convivono molte religiosità diverse e anche l'abbattimento di chi si sente lontano o addirittura abbandonato da Dio. Qual è la sua esperienza di parroco del Due Palazzi?

La mia parrocchia è un incrocio di sangui, di culture, d'accenti e di religioni. E' la prova-provata che l'ecumenismo dell'amore arriva molto prima di quello della religione. Contemplando certe scene da dentro le celle, mi sembra d'assistere alle prove generali dell'Eternità: il lupo e l'agnello, la pantera e la pecora, il bambino e l'aspide, la misericordia e la verità, la giustizia e la pace. Io non sono un prete di strada, non esistono i preti di strada: o si è sulla strada o non si è preti. Dopo quattro anni m'accorgo che il mio dottorato in teologia si è impastato di fango, è inzuppato di strada, odora di miseria: è una teologia che ha addosso il gusto di Dio. La mia umanità è cambiata: gomito a gomito con loro, la perfezione non mi gusta più, è la verità di me stesso che m'interessa. La libertà d'ammettere gli sbagli, le imperfezioni, le inquietudini. E' il dono più bello che questi poveracci m'hanno fatto: "Di un prete perfetto non sappiamo che farcene, cerchiamo un prete vero, umano, slabbrato". Non mi sono mai sentito libero come dentro il ventre di una galera: solo, con me stesso in pugno. Con Dio a tracciarmi la rotta dentro l'inferno.

 

La misericordia verso chi ha commesso gravi reati appare spesso un muro invalicabile, una periferia troppo remota. Perché chi non è nel carcere è bene si misuri con chi, per qualche ragione, ci è finito?



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