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LETTURE/ "Le cose semplici", Doninelli racconta la fine e l'inizio del mondo

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La prima parte del romanzo è destinata a cogliere le cause dell'apocalisse: la perdita di dignità del desiderio («Una civiltà coincide con i campi che apre al desiderio umano, e nessun delitto è altrettanto subdolo dello sterminio del desiderio», p. 551); l'incapacità pericolosa e disperata di sostenere una speranza "contro ogni speranza": «Una volta stabilito con tutte le ragioni che la speranza non ha diritto all'esistenza in questo mondo, perché un uomo spera ugualmente?». La concezione di civiltà occidentale che emerge nel romanzo ha infatti soprattutto questa cifra: una lotta incessante fra la speranza e la disperazione, fra il desiderio e la mera sopravvivenza. 

Tuttavia l'analisi della situazione, l'individuazione delle cause della crisi non basterebbe a ripartire; la centratura sui valori mancati non sarebbe sufficiente. Solo un'iniziativa umana, una persona, è il luogo e il germe, l'energia di una ricostruzione. Questo luogo è Chantal. Da lei riparte la civiltà. E da dove, istituzionalmente, riparte? Qui ecco un altro colpo di genio: da un'università. S'insegna agli altri ciò che si fa fare. Insegnare, imparare e mettere in pratica vengono fatti convergere nello stesso gesto e nello stesso: la vita in comune, la città come luogo di costruzione di un bene per tutti. Inizia a stabilirsi — timidamente — un rapporto così ragionevole di convivenza e sopravvivenza, una forma così autentica di comunità, che torna a fondarsi storicamente ciò che era mancato nel vecchio mondo: la fiducia, appunto. Così come l'Europa era stata fondata «sul passaggio di sguardi dai maestri ai discepoli» (p. 194), il nuovo continente si fonda sul bene, sul buono, sul vero: «Il bene è la vera attrattiva. Quando mi trovavo con Chantal era il mio amore a dettarmi non soltanto le parole che dicevo, ma tutte le azioni, dal modo di comportarmi con un povero a quello di affrontare un argomento di conversazione, dalle parole da rivolgere a un cameriere alla scelta dell'itinerario per la passeggiata» (p. 189). È un ritorno alle origine come unica possibilità per la novità, per l'evento: il bene non come dovere, ma come inesorabile desiderio per sé. 



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