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STORIA/ Confraternite, senza Dio non c'è società buona

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Proponiamo qualche esempio tratto da realtà comunali di non primissimo piano, per lo meno ai nostri occhi contemporanei, ma non per questo meno importanti in età medievale. Le preghiere settimanali dei confratelli della compagnia mantovana di disciplinati intitolata a S. Maria della Misericordia, messe per iscritto ai primi del Trecento, avrebbero dovuto essere recitate, fra i tanti destinatari, "per lo santo patre, cioè per lo papa, et per tuti li prelati de la Santa Matre Gesia, et maxime per el vescovo de questa cità … per lo imperatore, regi e signori de la cristianità, et maxime per el signor di questa cità, a ciò li habiano gracia de rezere i stadi sui secundo la voluntà de Dio". Gli statuti della confraternita, ispirati dal vescovo mantovano del tempo, chiedevano dunque a chi vestiva l'abito della disciplina di esercitarsi — tramite la preghiera, la carità, e la riflessione sulle proprie azioni — ad essere un buon fedele, ma anche un buon suddito, e di farsi partecipe della salvezza propria, dei confratelli e di quella dei rettori della Chiesa e dello stato. E raccomandavano che questa veste non fosse solo immagine, ma anche sostanza. Lo statuto è un esempio prezioso che mette in luce come le confraternite fungessero da palestra di vita civile, risultando un luogo di educazione religiosa e di formazione sociale, dove si impartivano norme finalizzate al miglioramento spirituale e civico degli associati, nella consapevolezza del contributo che una collettività istruita allo spirito di mutualità e reciprocità forniva alla comunità intera. 

Progetto e ideale di molte confraternite fra Due e Trecento fu dunque l'inserimento dell'individuo nella comunità, traendolo dalla sua condizione originaria e facendolo compartecipe della costruzione della società. E non si trattava solo di retorica. Le confraternite partecipavano infatti anche alla definizione sociale e territoriale dei contesti urbani. Successe ad Aosta, con la confraternita di S. Spirito composta dagli abitanti del borgo di Porta S. Orso che se ne servivano per farsi rappresentare davanti al vescovo; ma anche ad Arezzo, con la Fraternita dei Laici sorta nel Duecento in ambiente mendicante e individuata successivamente dal Comune come perno organizzativo di servizi collettivi di grande utilità e pertanto soggetta a controllo pubblico al punto tale che ogni nuovo nato in città contestualmente al battesimo avrebbe dovuto essere immatricolato nella confraternita; ed infine ad Assisi, dove nel 1367 i priori dei sodalizi confraternali ricevettero incarico dal Comune di valutare i danni subiti dai mulini sul fiume Chiascio a Bastia, devastati dal passaggio delle truppe dei condottieri Giovanni Acuto e Ambrogio Visconti da Milano. 



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