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DOPO PARIGI/ Not in my name? L'islam, il cristianesimo e l'"uso" (politico) di Dio

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La teologia politica si attiva nei momenti di crisi, quando c'è un nemico da combattere, così come emerge dalla lezione di Carl Schmitt nella dialettica amico-nemico. E' il quadro mondiale che è cambiato dopo l'11 settembre 2001. Dall'89 fino a quella data la teologia politica era stata "neutralizzata", non serviva più: l'unico potere mondiale rimasto non aveva bisogno di teologie, il linguaggio economico era quello universale. L'era della globalizzazione che è anche secolarizzazione, sconfitto il comunismo, non aveva avuto più bisogno, fino al crollo delle Twin Towers, della consacrazione religiosa. Dopo l'11 settembre 2001 la teologia politica torna: i teocon da un lato, i fondamentalisti islamici dall'altro. C'è bisogno dell'avversario per attizzare il fuoco religioso e scaldare i cuori e dargli un ideale totalizzante. Ma questa non è teologia, non è cristianesimo, non è islam. E' invece manicheismo, teo-manicheismo, scontro tra bene e male in nome di Dio

Le guerre di religione, che sancirono il vero atto di nascita della modernità, non sarebbero state così sanguinarie se l'unità politico-religiosa nel corso della storia medievale e moderna fosse stata "più larga" — lo Stato assoluto moderno nasce come estremo tentativo di ricucire ciò che le fedi avevano scisso. Occorre liberarsi dalla "mitizzazione" del passato, di un certo passato, cogliendo gli elementi "liberali" della tradizione, distinguendo ma non neutralizzando lo Stato con la religione, sul modello dei padri pellegrini del Seicento nei nascenti Stati Uniti d'America, dove la democrazia attinse le sue basi antropologiche da quelle religiose, riscoprendo la libertà religiosa dei primi quattro secoli del cristianesimo, dell'età patristica, nelle forme di associazionismo. Il modello americano nella Modernità, di fronte al problema delle guerre di religione, al dibattito interno alla cristianità, rispose non livellando, non neutralizzando come fece lo Stato moderno (Hobbes) — e il modello europeo — le differenze religiose, ma distinguendo tra stato laico e società civile religiosa. Una distinzione che non è scontro, ma dialogo e che dimostra che la democrazia non è contro la religione. 

Questa è oggi la grande lezione da trarre — così come la colse sul tema della libertà religiosa il Vaticano II con la Dignitatis humanae (1965) —, anche se poi nella storia (e questo è un limite) è accaduto che il modello americano si sia mescolato con la tradizione puritana e con l'idea manichea che l'America fosse la salvezza del mondo.

Nel compiere un'opera di storicizzazione, nel distinguere gli elementi positivi da quelli negativi, il cristianesimo già negli Trenta del Novecento con Jacques Maritain fino poi al Vaticano II aveva saputo mettere in luce all'interno di se stesso "il valore della civiltà cristiana medievale senza, però, che ciò implicasse, come accadeva per molti cattolici, la sua elevazione a 'modello' in antitesi al mondo moderno, ateo e secolarizzato" (ivi, p. 336), riscoprendo il tema della libertà religiosa delle origini. Massimo Borghesi evidenzia come anche l'islam oggi sia "chiamato a distinguere la fede dal suo passato storico, riconoscendo in esso pregi e difetti" (ibidem).  



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COMMENTI
20/11/2015 - commento (francesco taddei)

not in my name, traduzione: me ne frego! volete gli stessi diritti degli italiani? dovete sopportare gli stessi doveri! più coraggio ragazzi, troppo facile fare i codardi.