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DOPO PARIGI/ Not in my name? L'islam, il cristianesimo e l'"uso" (politico) di Dio

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Il punto nodale, quello che permette il dialogo tra fede e mondo moderno, quello che eviterebbe lo "scontro di civiltà" (Samuel P. Huntington), è il superamento della "teologia politica", così come si è dispiegata nelle sue varie manifestazioni storiche, ricordando le forme più recenti, da quella marxista degli anni Settanta a quella cristiano-occidentalista del post 2001, fino a quella dell'islamismo radicale contemporaneo, dell'ebraismo ultraortodosso, dell'induismo identitario.

E' Papa Benedetto XVI — attento lettore di Erik Peterson, autore quest'ultimo de Il monoteismo come problema politico (1935) in cui criticava la teologia politica di Carl Schmitt — a fornirci la chiave di lettura: "Il cristianesimo, in contrasto con le sue deformazioni, non ha fissato il messianismo nel politico. Si è sempre invece impegnato, fin dall'inizio, a lasciare il politico nella sfera della razionalità e dell'etica. Ha insegnato l'accettazione dell'imperfetto e l'ha resa possibile. In altri termini il Nuovo Testamento conosce un ethos politico, ma nessuna teologia politica" (Chiesa, ecumenismo e politica. Nuovi saggi di ecclesiologia, 1987, p. 201).



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COMMENTI
20/11/2015 - commento (francesco taddei)

not in my name, traduzione: me ne frego! volete gli stessi diritti degli italiani? dovete sopportare gli stessi doveri! più coraggio ragazzi, troppo facile fare i codardi.