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DOPO PARIGI/ Not in my name? L'islam, il cristianesimo e l'"uso" (politico) di Dio

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Delle tante istantanee che si susseguono nei media, nell'attualità convulsa di questi giorni, dopo i fatti sanguinosi di Parigi del 13 novembre scorso — dal pianista che suona Imagine fuori dal teatro Bataclan, la musica che vince la morte, al "Vous n'aurez pas ma haine" di Antoine Leiris rivolto ai terroristi nella sua lettera in memoria della moglie uccisa, alla fiaccolata di Piazza San Marco a Venezia in ricordo della dottoranda italiana Valeria Solesin — due immagini stridono tra loro, come azione e come reazione: da una parte lo sgomento, l'incredulità, il terrore dei sopravvissuti agli attentati, dall'altra la campagna dei musulmani di tutta Europa che nei social networks e in piazza si stanno mobilitando all'insegna del "not in my name" contro l'Isis. 

Non a mio nome, non in nome di Dio. Perché tutti noi siamo sensibili all'assenza di Dio nel mondo contemporaneo. Ma bisogna essere sensibili anche all'"abuso" del suo nome nel mondo contemporaneo. L'abuso si chiama teologia politica, l'uso politico della fede, la fede come volontà di potenza, la fede come pretesto, la fede come ideologia. La teologia politica è secolarizzazione, è mondanizzazione della fede stessa, anche se si nomina Dio per tutta la giornata (cfr. M. Borghesi, Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson: la fine dell'era costantiniana, 2013). 

E' l'abuso di Dio per il potere. Il fondamentalismo religioso contemporaneo è una forma di neo-paganesimo: il dio dei pagani è il dio del potere. Per i pagani dio è chi ha più potere; infatti, quando non ha più potere, viene messo da parte. Agostino ne La città di Dio dice splendidamente che "la città del mondo precede i suoi dei", ossia prima viene la civitas, e poi vengono gli dei; prima c'è Roma, poi ci sono gli dei di Roma. Roma crea i suoi dei per legittimare la sua potenza, il tempio dedicato alla dea Roma era il più grande (cfr. ivi, p. 134). 

Il cristianesimo invece opera una esatta inversione rispetto alla logica pagana: la civitas Dei è creata da Dio, Dio viene prima, precede e fonda la città. Proprio dalla coscienza di questa dualitas è permeata la tradizione patristica cristiana dei primi quattro secoli, consapevole della distinzione tra Chiesa e Stato e della richiesta di libertà religiosa per tutti. E nello spazio dinamico creato tra le due civitates, nella tensione tra il regno di Dio e quello di Cesare è pensabile una "critica" della teologia politica, così come di evince nelle parole di Cristo a Pilato: "Il mio regno non è di questo mondo", che segnano la distinzione tra fede e spada che nessuna "teologia politica" può eliminare (ivi, p.10).



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COMMENTI
20/11/2015 - commento (francesco taddei)

not in my name, traduzione: me ne frego! volete gli stessi diritti degli italiani? dovete sopportare gli stessi doveri! più coraggio ragazzi, troppo facile fare i codardi.