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DOPO PARIGI/ Il nostro "nichilismo felice" attende ancora Qualcuno

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No. Il nostro nichilismo gaio e il nichilismo furente di chi ha colpito venerdì 13 novembre non stanno — ne potranno mai — stare sullo stesso piano. Perché il nichilismo gaio di cui siamo imbevuti è un'affermazione dell'Essere. Distorta, ridotta, immeschinita quanto si voglia, ma un'affermazione dell'Essere, un tentativo di conseguire quello che la natura del cuore umano detta di fronte al mistero della realtà: lode, venerazione, desiderio di comunione completa con essa. Sete di vita. 

Non così il nichilismo odiante di chi ha colpito a Parigi, che — pur nascendo dal medesimo desiderio, che il mondo sia lode e venerazione dell'Essere — sceglie l'opzione contraria: non tentativo di comunione, ma — di fronte alla forma incomprensibile e contraddittoria con cui questo Essere si dà nella storia — tentativo di distruzione. Chi va il venerdì sera a buttarsi in ubriachezze e lascivie tenta — tristemente, se vogliamo — di vivere. Chi va il venerdì sera a impedire col kalashnikov ubriachezze e lascivie altrui cerca la morte, altrui e propria. 

C'è un motivo per cui la nostra civiltà decadente può ancora desiderare il bene individuale, pur nelle forme ridotte con cui lo fa. È perché un uomo, in un determinato momento della storia, circa millenovecentottantotto anni fa, ha guardato due persone in faccia e le ha assunte con sé, le ha prese a sé, ha inventato in quel momento, ha svelato — anzi — in quel momento la natura dell'uomo e la giustizia intima del suo desiderio di pienezza e di felicità. Ha inventato il concetto di persona, ha mostrato che ogni singolo uomo vale non perché funzione di un corpo sociale ma perché creato e amato singolarmente e singolarmente custodito dal suo Creatore. E perché quello stesso uomo, tre anni più tardi, ha accettato di morire per difendere la libertà di ognuno di prendere la propria vita, quella vita creata, amata e custodita, e buttarla nel cesso. Perché liberamente vuole essere amato e non ha paura che noi si sprechi i venerdì sera, se un miliardo di venerdì sera sprecati sono quel che può accompagnarci a desiderare davvero di corrisponderlo. 

Per questo non cederò alla tentazione intellettuale e moralista di credere che chi spreca la sua vita a basso voltaggio non sia in fondo diverso da chi queste vite a basso voltaggio vuole terminarle. Gli uni hanno le sembianze del possibile e del desiderio, gli altri quelle dell'impossibile e della morte.

Quali le più viziose, mi chiedo allora? Quali le più virtuose?



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