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DA PARIGI A BRUXELLES/ Noi siamo quelli del Bataclan, ma potevamo essere gli "altri"

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Paul Cézanne, Natura morta con teschio (1895-900) (Immagine dal web)  Paul Cézanne, Natura morta con teschio (1895-900) (Immagine dal web)

La sera prima dei fatti di Parigi ero in un piccolo teatro della mia piccola città di provincia, per una lettura di poesie. C'erano quattro giovani poeti alle prese con le parole. Musica e parole. Per la stessa ragione, probabilmente, che ha portato, in una serata come tante altre, altre persone a un concerto pop-rock. Da giorni sfoglio su internet i maggiori quotidiani francesi e britannici alla ricerca delle storie di chi è morto e di chi è sopravvissuto. Non è per una curiosità morbosa, né per una fame di conoscenza del dettaglio che possa in parte riempire la voragine delle domande. Quello che è successo a Parigi ci ferisce al cuore non perché non c'importi, in quest'era postcoloniale, delle altre tragedie che si consumano nel mondo, ma perché siamo noi, quelli del Bataclan, e delle uscite serali sulle terrazze aperte, e nei tavolini in mezzo alle strade. 

Quelli del Bataclan sono io: europei caucasici o nordafricani, che si gustano l'autunno mite un venerdì sera. Studiosi, scrittori, musicisti, architetti, camerieri, professionisti e appassionati di musica, magari cultori di un genere particolare. Professori d'arte e d'inglese. Troppi, in questi giorni, hanno parlato del nonsense di quest'Occidente fiacco come se fosse una colpa. In realtà è un prodotto della storia, e, come per tutto il resto, a chi ci è nato in mezzo non resta che una cosa da fare: provarci. Lo dice Testori del teatro, per dirlo della vita: "Il faut tenter de vivre… Che la risposta non venga non autorizza a non tentare la domanda e a non provocare la sordità e la bocca chiusa dell'essere; del destino. Può darsi che, almeno nel punto dell'agonia, quella bocca si apra". 

Provarci; fare come se tutte le cose che viviamo (la cultura, la musica, i piccoli piaceri del festeggiare il compleanno insieme agli amici, anche se non si è più bambini, dell'andare a un concerto rock di una band trendy, anche se non si hanno più vent'anni) ci portassero più vicini alla vita, anche se, per Eliot, questa lunga corsa ci porta "più vicini alla morte, non più vicini a Dio". In questa prossimità delle cose ultime, che ci vede sempre in fuga come ciclisti solitari sull'Iseran, abbiamo scordato la pazienza.

La pazienza del guardare il prossimo che vive al nostro fianco, di cui non sappiamo niente, se non che divide la nostra stessa fatica del vivere, e che magari, come le foto delle vittime, rubate perlopiù da Facebook o da Twitter, pubblica immagini di sé sorridente, perché è così che si vorrebbe veder vivere ogni istante. Vi è mai capitato di postare una foto di voi stessi distrutti, che piangete, anche se avete il cuore preso a morsi? 



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COMMENTI
23/11/2015 - bataclan (roberto castenetto)

Risulta difficile pensare che chi è andato al Bataclan l'altra sera lo abbia fatto per cercare la bellezza. Ci sarà andato per cercare divertimento, evasione e altro. Che nel cuore di ogni uomo ci sia l'esigenza della bellezza non significa che ogni azione dell'uomo sia "buona"; anche perché, a questo punto, anche i terroristi ci sarebbero andati per una loro idea di bellezza.