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LETTURE/ Da Erdogan a Maometto II e ritorno (con l'aiuto della Merkel)

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Scontri tra polizia e manifestanti a Istanbul (Infophoto)  Scontri tra polizia e manifestanti a Istanbul (Infophoto)

Al di là delle chiare differenze, un'analisi appena più attenta non può nascondere come Erdogan, forte dell'ennesima conferma elettorale da poco ricevuta, si ponga in continuità con alcuni aspetti fondanti del padre della nazione turca. In primo luogo, interpreta il ruolo dell'uomo solo al comando, il leader carismatico in cui le masse possano identificarsi, al di là del bene e del male. In secondo luogo, il motto dell'Akp è "una nazione, una bandiera, una terra, uno stato": il partito cavalca il mito della grande nazione turca, unica al di là delle differenze interne, che vanno, nel caso, azzerate, come dimostrato dal pugno di ferro usato con i separatisti curdi.

Pamuk aveva visto bene: i soggiorni, gli abiti occidentali, sono state sovrastrutture che non hanno cancellato le tradizioni, che ora, come forse è giusto e inevitabile, riemergono a mostrare quanto la Turchia sia figlia di una cultura e una storia altra rispetto a quella dell'Europa. Si potrà piuttosto obiettare che queste radici vengono fatte talvolta emergere con fini propagandistici e di mantenimento del potere, deviandone la natura, violandone la profondità, profanandone la bellezza. 

Erdogan, anche nelle ultime elezioni, con grande sapienza ha moltiplicato le dichiarazioni, le frasi da comizio poi quasi sempre smentite ma, nell'immediato, buone per scaldare gli animi dello zoccolo duro del conservatorismo islamico turco: tra tutte, ha destato forte impressione la volontà (che in effetti già nel 2014 era arrivata sotto forma di mozione fino al parlamento di Ankara) di trasformare il museo di Santa Sofia nuovamente in moschea. Ancora nel maggio scorso migliaia di persone hanno manifestato davanti alla basilica per chiederne la riapertura a luogo di culto musulmano. Infine, proprio Erdogan, nel 2013, avrebbe dichiarato che, in occasione dei festeggiamenti del 29 maggio per la commemorazione della conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II, le celebrazioni si sarebbero svolte non più sul Corno d'Oro, ma proprio in Santa Sofia, nella quale lui sarebbe entrato come capo di Stato, ponendosi in continuità con Maometto II che entra nella chiesa dopo la caduta delle Grandi Mura e i tre giorni di saccheggio.

Per un occidentale questi fatti possono apparire preoccupanti, forse, ma i contorni di quello che alcuni già da tempo chiamano il "piano Erdogan" per Santa Sofia assumono ben altri toni se si tiene conto di cosa la conquista di Costantinopoli-Istanbul abbia significato per l'immaginario dei turchi in primis e, più in generale, per il mondo musulmano: fu l'ultima grande conquista, l'ultimo glorioso successo (l'assedio di Vienna del 1683 non andò a buon fine) ai danni dell'occidente cristiano. In secondo luogo significò la fine della scomoda presenza greca, latina e cristiana nel "gran mare" dell'impero che Maometto II ereditò dal padre Murad. In terzo luogo la conquista di Costantinopoli fu una vendetta, per l'onta subita dalla prima ondata arabo-musulmana, infrantasi sotto le mura della Città, nel 674, dove trovò la morte il vessillifero di Maometto, Abu Ayyub. Ma soprattutto, la conquista di quella che sarebbe divenuta Istanbul costituirebbe la realizzazione della volontà del Profeta stesso, a cui sono attribuite queste parole in un hadith di recente ripreso dai terroristi del califfato islamico per i loro deliranti proclami: "Conquisterete Costantinopoli, poi farete un'incursione contro Roma e Dio vi darà la vittoria, perché, se ciò non fosse vero, io sarei presso di Lui tra coloro che dicono menzogne".



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