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LETTURE/ Da Erdogan a Maometto II e ritorno (con l'aiuto della Merkel)

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Scontri tra polizia e manifestanti a Istanbul (Infophoto)  Scontri tra polizia e manifestanti a Istanbul (Infophoto)

In conclusione, sembra davvero che l'apertura da parte della Germania a una nuova discussione per l'ingresso della Turchia in Europa muova, ancora una volta, da un presupposto non solo improprio, ma oggi pericoloso: ossia che l'Unione Europea sia una struttura principalmente economica, secondariamente politica e, solo in ultima, e del tutto marginalmente, culturale. Se così stanno le cose, credo che il destino di questa struttura, ben lontana dall'essere un organismo, sia già segnato. Se comunque si procederà in questa direzione, come già emerso in altre occasioni, i punti fermi da cui partire nelle richieste al governo turco dovranno in ogni caso essere i seguenti.

In primo luogo un "ritorno normativo" in senso laico, nel rispetto dei diritti umani, della libertà di comunicazione e di stampa, della libertà di religione.

In secondo luogo dei significativi passi in avanti nel rapporto con le minoranze curde, che proceda almeno dalla sospensione degli attacchi militari contro i peshmerga, in prima linea, tra l'altro (con buona pace e sostegno economico degli Usa), contro l'avanzata dello Stato Islamico in Siria e in Iraq.

Infine, ma di sicuro non meno rilevante, resta ancora sul tappeto, come ben dimostra l'incriminazione del 2005 proprio di Orhan Pamuk per il reato di "vilipendio dell'identità nazionale", la questione del genocidio armeno, non solo non riconosciuto dalla Turchia, ma ancora censurato, al punto che quando nell'aprile del 2015 Papa Francesco ne ha fatto menzione, il governo turco ha ritirato il proprio ambasciatore dal Vaticano, convocando al tempo stesso l'ambasciatore della Santa Sede presso il ministro degli Esteri per chiarimenti. Solo quando il governo turco avrà fatto questi primi tre passi in direzione dell'Europa multietnica, multireligiosa, democratica e rispettosa delle minoranze, allora avrà un senso capire se esiste uno spazio di condivisione possibile nell'ecumene-Europa, auspicabilmente sempre più "delle genti" e sempre meno "delle economie".



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