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LETTURE/ Pasolini, quelle ferite rimaste senza risposta

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Pier Paolo Pasolini (1922-1975)  Pier Paolo Pasolini (1922-1975)

E' un'umanità febbrile e quasi primitiva che egli porta sullo schermo, uomini carichi di bisogni elementari, mai domi; in particolare nel Vangelo emerge la forza del realismo pasoliniano, lo stile dell'opera è quasi elementare, coincide con il divenire stesso dei fatti, degli eventi e delle parole che scorrono sullo schermo, persino negli episodi sui miracoli fino alla scena della Resurrezione (scena che inizialmente Pasolini non aveva filmato), la forza della realtà non viene mai meno. Gli episodi evangelici accadono nella vita concreta, in paesaggi comuni, così che il sacro s'insinua ed emerge nella quotidianità stessa, come nella scena iniziale, prima dell'apparizione dell'angelo a Giuseppe, dove vediamo una turba di bambini intenta a giocare, preannuncio di un'altra presenza. 

Cos'è, dunque, e in cosa consiste il realismo di Pasolini? Ci sembra che il poeta sia mosso, sia spinto continuamente da una passione, dall'amore all'essere, al reale così com'è (stupisce il suo rispetto profondo nelle risposte che dà ai lettori nelle rubriche tenute negli anni 60 e 70 e poi raccolte in Caos e Lettere luterane); una nostalgia dell'essere, una nostalgia del sacro, come è stata definita, così ancora oggi irriducibile (e avversato) e scandaloso per il nuovo conformismo del nostro Paese e, pure, di tutte le società occidentali.

E' questa stessa passione che gli fa giudicare in modo durissimo la società italiana contemporanea (anche quelle forze da sempre all'opposizione politica come nei i movimenti giovanili di quel tempo); a partire dalle contraddizione della vita personale egli legge nei conflitti della storia di quegli anni l'affermarsi di una rivoluzione nuova. In Italia si stava  creando una nuova società e un nuovo tipo umano, prodotto dalla "grande omologazione" da parte di un potere capace di stravolgere tutta la tradizione di un popolo e il tessuto sociale di un mondo millenario (quale neanche il fascismo, scriverà negli ultimi anni, era stato capace); scompare la cultura autentica di un popolo e ciò da cui vien sostituita è un mondo "plastificato", "televisivo". Preistoria d'una realtà oggi sotto gli occhi tutti e di cui siamo consumatori incoscienti.

Tuttavia quella passione permane, è quel grido shakespeariano che fa dire — pochi giorni prima della morte dell'attore — da Totò, una maschera tragica, al finale dell'episodio Che cosa sono le nuvole (1967): "Ah, straziante, meravigliosa, bellezza del creato".

Una vitalità disperata, una passione travolgente che, in alcuni momenti, sembra proprio trascinare Pasolini e travolgerlo, come si documenta nei film della "Trilogia della vita" al finale degli anni 70 che, con lucida lealtà ed intelligente onestà umana, fu abiurata pubblicamente a pochi giorni dalla morte (l'articolo del giugno è pubblicato postumo sul Corriere il 5 novembre 1975); sono i mesi in cui stava terminando l'ultima opera filmica, "Salò", tutta incentrata sulla perversione del potere e sulla sua forza distruttiva della persona, quasi un ultimo grido, anzi l'urlo di una umanità che non ritrovava più attorno risposta alle proprie ferite.


(2 - fine)



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