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LETTURE/ Cerchi lo "spirituale nell'arte" e non lo trovi (più)

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Renato Guttuso, Crocifissione (1940-41, particolare) (Immagine dal web)  Renato Guttuso, Crocifissione (1940-41, particolare) (Immagine dal web)

Casi come la singola tela di Emilio Vedova del 1953 (quasi il solo esempio nella mostra di un'opera veramente astratta, perché i lavori di Lucio Fontana là esposti non sono veramente pertinenti alla questione), non bastano certo a chiarire il problema (anche se chi a Venezia ha visitato la Scuola di San Rocco alcuni anni or sono ricorda l'effetto suggestivo delle simili tele di Vedova là esposte, in evocazione della sua giovanile e decisiva scoperta della pittura di Tintoretto).

Il problema, ripeto, è assai vasto, anche senza scomodare gli antichi dibattiti nell'Oriente bizantino fra gli avversari delle immagini sacre (gli iconoclasti) e i sostenitori delle stesse (gli iconòduli); o, più modernamente, le meditazioni sulle icone del filosofo mistico Pavel Florenskij. Si potrebbe dire che il passaggio dalla modernità del figurativo alla contemporaneità del non-figurativo è, dal punto di vista emerso nella mostra fiorentina, anche il passaggio da un'arte propriamente sacra a un'arte generalmente spirituale; e si può essere confortati in questa ipotesi dal libro del grande pittore astrattista Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell'arte. Quel libro, snello e intenso, scritto nel 1909 e pubblicato nel 1911, dunque contemporaneo fra l'altro della grande esplosione del futurismo marinettiano, è ancora fondamentale. Ma la sostanziale identificazione, che Kandinsky opera, del vasto concetto di spiritualità con quello ancora più ampio di interiorità non fornisce indicazioni specifiche su come orientarsi nella lettura della pittura (e scultura, ecc.) contemporanee.

Del resto, tale orientamento non può che provenire dalla visione di concrete opere d'arte (e lo stesso Kandinsky è molto chiaro a questo proposito). E allora, quale luogo più adatto per questa ricerca della spiritualità nell'arte (al di là della categoria del sacro, la quale potrebbe risultare restrittiva) che l'attuale edizione, la numero 56, di quella che resta la più importante esposizione internazionale d'arte: la Biennale di Venezia? La mostra è ancora affollata di visitatori in queste sue ultime settimane d'apertura, nell'autunno che è la stagione veneziana per eccellenza; e una visita alla Biennale vale sempre la pena di farla (le critiche generiche rischiano di essere semplicemente snobistiche). Ma va pur detto che la versione di quest'anno non è entusiasmante, e non solo perché non si vede essenzialmente alcuna traccia di spiritualità, comunque la si concepisca. Si pensi infatti alla spiritualità come al senso di un entusiasmo, a una problematizzazione autentica, a uno sforzo di trascendimento (e questa è, chiaramente, una caratterizzazione prudentemente minimale e non-dogmatica); ebbene, è difficile vedere segni di alcun che di simile, in questa Biennale. 

Del resto già il titolo, "All the World's Futures" (Tutti i futuri del mondo) dovrebbe mettere sull'avviso; quello che si vede, purtroppo, è proprio ciò che un tale titolo connota. La mostra è insomma (con varie eccezioni) una mesticanza che vuole essere correttamente edificante. La dimensione dominante sembra essere quella dell'aggeggistica (o gadgetry, se vogliamo usare l'attuale lingua franca). Insomma, una tecnologia "morbida" come varietà marginale e aneddotica della tecnologia "dura". 



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