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LETTURE/ Cerchi lo "spirituale nell'arte" e non lo trovi (più)

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Renato Guttuso, Crocifissione (1940-41, particolare) (Immagine dal web)  Renato Guttuso, Crocifissione (1940-41, particolare) (Immagine dal web)

Il tutto, nel contesto della cause più alla moda, più rassicuranti: l'ecologia (gli erbari, i lapidari, le collezioni d'insetti nel padiglione Usa e in vari altri, l'albero in lenta rotazione nel padiglione francese), la vittimizzazione (si vedano i video e i ritagli di giornale nel padiglione tedesco), e tutto ciò per cui la Biennale ha già trovato il suo neologismo: Refugeeism (rifugismo), così che non si può non pensare con allarme all'imminente valanga di tesi e tavole rotonde all'insegna di questa etichetta.

Ma le eccezioni, appunto, non mancano mai e la più importante (a costo di essere accusati di sciovinismo) è quella rappresentata dal padiglione italiano. L'iperbole del suo curatore — il quale parla di un "codice genetico" degli artisti italiani — non è del tutto ingiustificata. Gli italiani qui rappresentati hanno una formazione solida e un senso della tradizione; ricercano e ricostruiscono — piuttosto che decostruire — grandi frammenti, con una serenità e severità di visione. Può non bastare per chi ricerchi "lo spirituale nell'arte" (dunque l'esplorazione dovrà continuare in altre sedi), ma può essere sufficiente per meritare una visita (ammesso che ci sia bisogno di una particolare ragione, per ripagare una visita a Venezia).



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