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LETTURE/ Cerchi lo "spirituale nell'arte" e non lo trovi (più)

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Renato Guttuso, Crocifissione (1940-41, particolare) (Immagine dal web)  Renato Guttuso, Crocifissione (1940-41, particolare) (Immagine dal web)

Sarà pure un cliché quello secondo il quale l'Italia è il più bel paese del mondo — ma c'è una buona possibilità che non sia molto lontano dal vero  (e del resto, sono molti i clichés che hanno una base realistica). Comunque, qui non si parla tanto delle innegabili bellezze italiane oggettive (d'arte e di natura), quanto piuttosto della coltivazione italiana della bellezza, autoctona e non. 

È probabile infatti che l'Italia sia il paese al mondo dove è possibile in ogni stagione dell'anno visitare il maggior numero di mostre d'arte, sparse per ogni dove. E va detto inoltre che gli italiani sono particolarmente lodevoli e notevoli nel, diciamo così, esportare se stessi come cultori della bellezza; per dire: è difficile trovare una comitiva d'italiani che, il giorno dopo essere atterrati a New York, non siano già in giro a visitare mostre e luoghi esteticamente notevoli (come la "High Line"). Tutto ciò naturalmente non esime dal ragionare con attenzione (anche se non necessariamente con la tecnica dei critici d'arte) su questi infiniti spettacoli italiani. Qualche esempio?

"Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana", al fiorentino Palazzo Strozzi, è forse una delle mostre più interessanti della stagione. Perché, interessante? Prima di tutto, perché documenta la grande vitalità — italiana e non — dell'arte cosiddetta "sacra" anche nel periodo tra metà Ottocento e prima metà del Novecento che certi luoghi comuni sul modernismo (non tutti i clichés sono realistici) vedono come il trionfo schiacciante del laicismo. Intendiamoci: le immagini che si possono ammirare a Palazzo Strozzi sono "laiche" nel senso migliore del termine; vale a dire: re-interpretano il messaggio cristiano (e, nel caso di Chagall, ma non solo, più precisamente il messaggio ebraico-cristiano) con grande libertà di pensiero e di espressione. E non potrebbe essere altrimenti! si esclamerà (o almeno: mi auguro che si esclami...). Però vien da pensare, leggendo la didascalia accanto alla Crocifissione (1940-1941) di Renato Guttuso (in cui si accenna a certe reazioni moralistiche in quegli anni, a proposito della Maria Maddalena nuda che là appare, come se esse appartenessero definitivamente al passato): che cosa succederebbe se un pittore contemporaneo, soprattutto un pittore italiano, presentasse oggi una raffigurazione ugualmente franca?

Ma il problema su cui riflettere non è tanto quello della moralità o moralismo; e nemmeno quello, per quanto importante, delle "riscoperte" (che non sono i tre nomi — Van Gogh, Chagall, Fontana — elencati per comprensibili esigenze di "cartellone", nel titolo della mostra; ma casi per esempio come quello di Domenico Morelli, e delle eccezionali riletture evangeliche dell'inglese Stanley Spencer). Il problema di fondo che la mostra sulla "Bellezza divina" non risolve ma apre a futuri sviluppi (ed ecco la ragione del suo particolare interesse) è: che cosa accade all'arte sacra nel periodo della pittura contemporanea in quanto pittura non-figurativa? 



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